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Letture di maggio 1 di 2

Post di panoramica sulle letture del mese appena concluso, per tirare le somme.

Avevo sul groppone da aprile Mo Yan, che si è protratto lento ed estenuante per tutto il mese. E più si allontana meglio mi viene da parlarne, forse perché avevo bisogno di staccarmi da questa sofferta e drammaticissima epopea familiare. Non è un libro semplice e bisogna essere convinti di volerlo leggere, e forse non rimanere O______O come la sottoscritta quando è stato evidente che la tematica del feticismo per i seni (feticismo come adorazione di un feticcio, non come pratica sessuale come lo intendiamo noi di solito), ebbene sì, è una tematica portante del libro. Soprattutto bisogna essere lettori che non hanno bisogno di affezionarsi particolarmente ad almeno un personaggio per andare avanti nella lettura, perché non è questo il libro che fa per questa tipologia di persone: tutti i personaggi sono sconfitti in partenza, in primis il protagonista, in balia dei vari movimenti rivoluzionari e controrivoluzionari che imperversano nel tempo in Cina. Se si ha la forza di proseguire verso la fine si svela la migliore parte di tutto il libro, secondo me, però è difficile. Ho un altro libro di questo autore in casa, ma mi sa che lascerò decantare questo per qualche mese prima di mettermici.
Più che al libro dunque faccio i complimenti a me stessa per non aver gettato la spugna, anche se l’ho fatto solo per non darla vinta all’inetto protagonista.

Tra un capitolo di Mo Yan e l’altro ho infilato diverse cose, ebook che attendevano  nell’iPad da un bel po’ e gli acquisti che ho fatto al salone del libro a Torino. Andiamo per ordine:

Questo… saggio? Pensiero? Commento? Sepúlveda racconta le sue emozioni alla notizia dell’arresto di Pinochet a Londra nel ’98 (fatto che io assolutamente non conoscevo, anche se forse mi posso giustificare con la mia candida età all’epoca) e ciò che per breve tempo ha rappresentato per lui e quanti altri cileni attendevano la rimozione del dittatore e il rinvio a giudizio per i crimini da lui commessi contro il suo popolo e l’umanità. Giudizio che però non arriva, e dunque l’autore si sofferma sulla sua delusione e sulla situazione dal colpo di stato contro Allende a oggi, circa, sia da un punto di vista generale che con le sue storie personali della famiglia e degli amici, il suo esilio, il rapporto coi figli nati e cresciuti in terra straniera. È una riflessione sofferta, consapevole della speranza provata a quella notizia e dell’amarezza che le è seguita quando del processo non se ne è fatto nulla. Amo Sepúlveda politico e tornare a leggere qualcosa di suo è sempre un piacere, anche se testimonia una follia degli uomini che è difficile sentir testimoniare.

 

 


Su Caterina, la prima moglie di Philippa Gregory ho già scritto un paio di post fa (Il mio grosso problema con i romanzi di Philippa Gregory): ci ho riprovato dopo la grande delusione datami dal romanzo su Elizabeth Woodville, il primo della serie sulla Guerra delle Rose, ma io e la Gregory non siamo proprio compatibili. Pazienza, spero di avere romanzi storici su cui scrivere articoli più positivi (ho sul comodino Wolf Hall, da cui mi aspetto molto).

Questo libro mi ha attirato tantissimo al Salone del Libro e ne sono rimasta molto colpita: il tema è quello della moglie del dittatore argentino Perón, ma lo svolgimento è molto particolare. Partendo dalla morte e dal processo di imbalsamazione che la salma di Evita subisce per diventare una reliquia del regime peronista a prescindere dal passare del tempo, l’autore ricostruisce sia quest’aura di santità – creata dai suoi descamisados e allo stesso tempo dai suoi antagonisti che hanno rubato, nascosto, forse profanato questo corpo – sia la persona di Eva Perón in un ritratto che svela tratti che hanno ben poco a che fare con la santità: una ragazzina di provincia che tenta in un modo o nell’altro il successo nel mondo dello spettacolo e finisce col diventare in maniera rocambolesca madre di una nazione. Alle fonti tradizionali così si alternane persone che l’hanno conosciuta prima di diventare Evita o che l’hanno incontrata in momenti più intimi dei proclami dal balcone della Casa Rosada, per un racconto molto più umano e profano. Può sembrare strano un romanzo basato sulle peregrinazioni di un cadavere, ma il risultato è molto interessante. Da leggere con il musical di Webber in sottofondo, ovviamente, ma non il classico inno “Don’t cry for me Argentina”: scegliete le altre tracce, quelle che danno voce all’adorazione del popolo argentino o quelle che raccontano Eva prima di essere Evita, decisamente più azzeccate.

 L’uscita della nuova collana Live di NC è stata l’occasione per recuperare uno dei tre romanzi incompiuti di Jane Austen (l’altro l’ho letto ieri, ma prossimo post), ed è stato bello tornare nel mondo della mia zia scrittrice preferita, tanto che l’ho letto tutto d’un fiato e sono rimasta molto triste all’idea di non sapere come avrebbe dovuto finire. La noticina in fondo con il finale raccontato senza fonti mi ha un po’ infastidita (avrei preferito ci fosse una citazione da un saggio o qualche lettera che “certificasse” quanto viene riportato), mi ha dato un po’ la sensazione che fosse obbligatorio avere un lieto fine per godersi il manoscritto rimasto a metà, mentre io l’ho trovato godibilissimo a prescindere dal finale, anche perché le intenzioni di Jane sono in genere abbastanza chiare da subito, anche se i suoi personaggi ci mettono parecchio ad arrivare al dunque! XD
In ogni caso mi ha fatto piacere recuperarlo, certo se non fosse obbligatorio questo rosa confetto per le sue copertine sarei più felice… Ma pazienza.

Il resto al prossimo post ^^

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