libri · Recensioni

Letture di giugno, 1 di 3

È passato un altro mese, e un sacco di libri. A giugno, è il caso di dirlo mi sono veramente dopata e ho raggiunto quota quindici libri: forse è una reazione all’idea che è il primo giugno che sono libera da esami e testi di studio, ma soprattutto dall’ansia che negli ultimi cinque anni e più ha caratterizzato questo periodo… Non sono comunque riuscita ad andare al mare, complice il tempo schifido che si è visto per ora (a parte la settimana di solleone a inizio mese, ma avendo la pelle tendente a un bianco-vampiro-pluricentenario ho preferito evitare), ma pur stando a casa ho messo insieme una bella collezione. Visto che il numero cade bene, mi sembra abbastanza sensato dividere il post in tre. La prima parte del mese è stata abbastanza a tema Inghilterra, per lo più ottocentesca. Ho cominciato con un libro che aspettavo di leggere da un sacco di tempo.

vecchi amici e nuovi amoriVecchi amici e nuovi amori, pubblicato dalla Jo March, è il primo sequel a un romanzo di Jane Austen scritto da una fan. È stata una lettura molto piacevole, in cui l’autrice si è impegnata a incastrare i personaggi di tutti e sei i romanzi della sua beniamina in un unico affresco funzionale e credibile, immaginando un lieto fine per quei personaggi rimasti in sospeso nelle loro opere. Lo considero una fanfiction a tutti gli effetti per la selezione fatta sui protagonisti  e per i giudizi che vengono mostrati più o meno apertamente su molti dei personaggi. Se non sorprende infatti che l’autrice provi una certa antipatia per le sorelle Steele di Ragione e sentimento, infatti (e diciamolo, chi non la prova?), mi ha stupito la superficialità con cui viene tratteggiata Emma del romanzo omonimo, ferma alla ragazzina sciocca e convinta di poter azzeccare i matrimoni per tutte le persone di sua conoscenza, mentre secondo me fa un bel percorso durante il suo libro. Mentre c’è un salvataggio di Mary Crawford, che è un personaggio fastidioso secondo me, per quanto le motivazioni per cui Edmund la scarica non tengono molto. Secondo me quando si vuole fare un sequel di un altro autore si dovrebbe cercare di non improntare i personaggi in maniera troppo personale, ma rimane un gran bel romanzo. L’edizione poi è deliziosa, come ogni pubblicazione della Jo March, e varrebbe la pena prenderlo solo per questo.

9788854506220gCome dicevo in un paio di post fa, Finestre d’arte #1, ho cominciato questo romanzo subito dopo aver visto la mostra sugli artisti Preraffaelliti a Torino (rimane ancora una decina di giorni, approfittatene!): la storia di Effie Gray è una vicenda complessa che parla di un matrimonio senza amore e senza sesso, soprattutto, dello scandalo per ottenere l’annullamento e del secondo, assai più felice matrimonio con John Everett Millais. È un libro che cerca di inventare il meno possibile, anche se va considerato un romanzo perché si interroga su tanti dettagli privati di cui probabilmente non è rimasta traccia. Mi ha fatto riflettere soprattutto per lo spaccato della società che rimanda: viviamo in un’epoca in cui si parla molto di diritti delle donne e di quanta strada c’è ancora da fare, però leggendo questo libro mi sono sentita comunque fortunata a essere qui e non nel 1854, in cui solo una manciata di donne erano riuscite a ottenere il divorzio, almeno la metà perché avevano beccato il marito in una situazione incestuosa. Effie ottiene la libertà dal primo marito solo perché non volendo consumare il matrimonio questo le impediva di realizzarsi come donna diventando madre, il che è abbastanza inquietante. Se ci mettete che il marito aveva una passione abbastanza discutibile per le bambine, un uomo geniale come critico d’arte, ma incapace come marito e con tendenze da pederasta… Molto molto interessante, dà un sacco di punti di riflessione.

978-88-541-5152-9Continuo la lettura degli incompiuti di Jane Austen: finora mi ha sorpreso molto di più dei Watson perché, mentre l’altro mantiene una struttura abbastanza canonica per l’autrice, questo non solo è un racconto epistolare, ma mette in luce un genere di donna che non credo la Austen abbia mai trattato. Susan infatti è una donna molto diversa dagli stereotipi che abbiamo del periodo: è una libertina, una vedova che non si fa scrupoli di attrarre a sé uomini più o meno giovani (ma soprattutto ricchi), che non ha scrupoli nel tentare di combinare un matrimonio per la figlia – che non si preoccupa di descrivere come stupida o viziata – che sia di convenienza per entrambe, e che manipola amici e parenti per i suoi scopi. E non è neanche sola, dato che la sua migliore amica la incoraggia a proseguire per la sua strada e a non curarsi dei giudizi altri, disprezzando apertamente il proprio marito che le crea degli impicci. Abbiamo già visto donne che ridono e mettono in dubbio i mariti nella produzione della Austen, ma non in maniera così velenosa e cinica. Non me lo aspettavo, devo proprio dirlo, e sarei curiosa di capire chi ha ispirato questi personaggi. Soprattutto, immagino la reazione all’uscita, seppur postuma, di questo libello: se già una donna che scriveva e pretendeva di mantenersi da sé con il proprio lavoro, figurarsi descrivere altre donne così spregiudicate e libere dalle convenzioni sociali.

Miller_03Richard Armitage continua a guidare un po’ delle mie letture, inutile negarlo: è in scena con questa pièce, così ho deciso di leggere questo classico del teatro americano per capire di che parla. A parte che è buffo il tenore medio dei ruoli che quest’uomo sceglie di interpretare (seriamente, è lui depresso o il suo agente?), l’opera mi è piaciuta molto come metafora del maccartismo. La paura delle streghe come il panico per i comunisti, e nel mezzo qualcuno che prova a sfruttare questo terrore per i propri interessi, economici o personali/sentimentali. Di mezzo ci va Proctor, il personaggio di Armitage, che del tutto innocente non è, e per redimersi decide di morire malgrado ovviamente non abbia nulla a che fare con la stregoneria, pur di non trascinare nella disgrazia altre persone innocenti quanto lui.

non-buttiamoci-gic3b9-libro-hornbyVolevo vedere il film, poi mi sono detta di leggere prima il romanzo, mentre intanto le critiche hanno stroncato più o meno all’unisono la pellicola. Quindi boh, chissà. Devo dire che About a boy mi è piaciuto di più, mi hanno preso di più le storie e anche la riflessione sul suicidio. Questo libro mescola quattro esperienze di vita molto diverse e complicate: mi piace moltissimo il modo in cui Hornby le racconta, mescolando dramma e leggerezza in maniera unica, eppure non mi ha preso particolarmente. Non mi sono ritrovata in nessuno dei personaggi e di conseguenza sono rimasta fuori, a leggere senza troppo coinvolgimento. Forse quattro voci narranti in questo caso sono troppe, forse ho cominciato questo libro troppo vicino all’altro, ma non mi ha fatto impazzire.

 

In generale comunque è stata una prima parte di giugno molto proficua. Effie è sicuramente il romanzo che mi ha toccato di più e che continuo a consigliare a chiunque sia interessato a romanzi storici, sul mondo dell’arte o sulla condizione delle donne nei secoli. So che dovrebbero fare un film da tempo sulla storia di Effie, con Dakota Fanning, Emma Thompson e Julie Walters, ma l’uscita è bloccata da una questione legale – la Thompson è stata accusata di aver plagiato la sceneggiatura dal creatore di un’altra opera sul tema; l’anno scorso Emma ha vinto in primo grado ma la strada è ancora lunga – tuttavia spero che esca sul grande schermo il prima possibile, anche perché il cast sembra davvero stellare e promette tante cose belle. Al momento è in schedule per settembre, speriamo che ce la facciano.
E c’è anche la speranza di fare un salto a Londra per vedere il Nano più cupo di Erebor immolarsi sul palcoscenico, ma chissà.

Voi che avete letto, avete trovato qualcosa che vi ha ispirato? ^^

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