Pubblicato in: libri

Letture di giugno, 2 di 3

Allora, proseguiamo con le letture di giugno, che anche luglio si sta rivelando già corposo e non voglio rimanere indietro. La seconda tranche è più eterogenea della prima, forse, ma ci sono tanti temi che mi interessano e mi affascinano. C’è un po’ di Africa e un po’ di Argentina, un romanzo ispirato a Jane Austen… E del crime, che con l’arrivo dell’estate ci sta sempre bene.

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Questo mi affascinava tanto che ho rischiato di comprarlo due volte. Sono un po’ rinco, se non si fosse capito, ma l’ho acquistato con una super offerta Amazon in ebook e poi me ne sono dimenticata, sommersa dai prestiti con le biblioteche eccetera (seriamente, è un problema ç___ç), poi l’ho rivisto in libreria circa un mesetto fa e sono stata molto tentata di prenderlo… Per fortuna che ho resistito e ho controllato l’app Kindle! Non c’è da meravigliarsi comunque che mi abbia incuriosito tanto: si sa che io sono una caffeinomane senza speranza e che qualunque cosa sul caffè mi attiri senza vergogna. È un romanzo storico che può risultare fastidioso, visto che la voce narrante è il dandy sulla copertina, ma ho apprezzato molto lo stile ironico con cui lo stesso protagonista si compiange a posteriori per certi atteggiamenti tenuti in gioventù. È di quei personaggi che, con uno stile incentrato sul presente, avrei odiato a morte e per i quali avrei invocato una morte orrenda, invece in questo caso funziona. Il romanzo è molto lungo e in più blocchi ben distinti: Robert è un aspirante poeta, un damerino pieno di debiti che viene ingaggiato da un produttore di caffè per creare una guida delle varietà disponibili nel suo campionario grazie al suo fine palato. Ad affiancarlo, la figlia del produttore, Emily, una giovane donna istruita e dalle idee radicali per l’epoca che non potrebbe essere più agli antipodi dal protagonista. Come è prevedibile, i due dopo un po’ s’innamorano, e il padre di Emily sfida l’aspirante genero a dimostrare il suo valore impegnandosi attivamente a creare una nuova piantagione di caffè per i suoi affari. Qui comincia il secondo blocco sull’Africa: Robert in viaggio si smarrisce quando incontra una giovane schiava e nella follia dell’infatuazione comunica che non può più sposare Emily, la quale si avvicina lentamente a un politico che sembra apprezzare le sue idee e il suo modo di esprimerle. La passione africana si rivela però una trappola, e Robert lascia l’Africa più saggio grazie alle batoste subite (niente amore, niente soldi, niente piantagione) deciso a riconquistare Emily… Che nel frattempo però si è sposata e conduce un’esistenza assai diversa da quella che le era stata prospettata: in quanto moglie di un uomo importante, infatti, le viene richiesto di tacere e sorridere, annullando il suo pensiero, in una condizione matrimoniale misera e insoddisfacente (sotto tutti i punti di vista); persino dal punto di vista sessuale viene mortificata, in quanto il suo appetito e il suo modo libero di esprimersi a letto è considerato disdicevole per una moglie. Accusata di isteria (e io qui ho tremato, sapendo quanto una simile accusa potesse essere pericolosa e portare conseguenze terrificanti), Emily cerca una causa in cui realizzarsi, e sposa la missione delle suffragette, determinata a non cedere alle avances di Robert. Il finale è sorprendente e mi è piaciuto molto. Sicuramente deve piacere il romanzo storico e certi temi particolari, ma mi ha davvero conquistata: l’analisi dei vari sapori del caffè, le scelte apparentemente scontate dei personaggi ma inserite in un intreccio in cui portano a risultati imprevisti, la ricchezza delle tematiche, dal mondo industriale e finanziario di fine XIX secolo al colonialismo e allo scontro tra culture diverse (la testardaggine di certi personaggi in viaggio con Robert a saperne di più degli autoctoni perché “loro sono selvaggi, non possono avere conoscenze valide che noi già non possediamo!”, con conseguenze fatali… ma ti sta bene, ciccio) alla lotta delle suffragiste alla donna dal punto di vista sociale e medico in quel contesto storico, dipinta in toni che mi hanno ricordato molti movimenti politici attuali, e che oltre allo sforzo eroico di queste donne nella loro battaglia mette in luce anche certe pratiche che di norma vengono ignorate. Mi ha sorpreso quanto sia riuscito a farmi apprezzare il protagonista, proprio perché sapevo che con un altro stile l’avrei odiato, mentre il suo modo di canzonarsi e criticarsi me l’ha reso simpatico nella maturità. La parte sull’Africa mi è parsa molto vivida anche prima di sapere che l’autore è nato in Uganda… Mi è piaciuto davvero molto, e ora sono curiosa di leggere il secondo dei suoi romanzi tradotti anche in italiano.

betibuHo deciso di leggere Betibù dopo aver letto la recensione che è apparsa su Parole a colori, e devo dire che sono rimasta molto soddisfatta. Il punto di forza è sicuramente il parco personaggi messo insieme dall’autrice: la protagonista insolita, con i problemi della mezza età, del blocco dello scrittore, con la consapevolezza di aver buttato all’aria la sua vita per una storia poi fallimentare, non la si trova spesso. Nurit è sincera e situazione veramente grigia della sua vita quando viene chiamata dal suo ex amante, un dirigente editoriale, per chiederle di seguire il caso di cronaca nera dell’estate e scrivere dei pezzi di commento sull’accaduto. Titubante e insoddisfatta del suo attuale impiego da ghost writer per pubblicazioni insipide, per lo più biografie che non hanno nulla di interessante e che non interesseranno nessuno se non gli amici stretti di chi le ha commissionate, Nurit decide di accettare e si trasferisce per qualche tempo sulla scena del delitto, un country club residenziale di lusso apparentemente inviolabile. Il suo coinvolgimento smuove gli equilibri già non troppo stabili nella redazione del giornale per cui scriverà, dove il responsabile della cronaca nera, Jaime Brena, è stato da tempo messo da parte a scrivere robaccia per problemi personali col dirigente, mentre al suo posto è stato messo un ragazzo appena laureato con molte pretese sulle potenzialità dei nuovi media ma per niente abituato a mettersi in gioco. Intorno a questa triade, oltre al dirigente che si rifarà sotto malamente con Nurit, c’è tutta una serie di vivaci personaggi di contorno che rendono speciale il libro, specie quando si ritrovano tutti in questo complesso di lusso. Oltre alla sincerità e all’originalità della protagonista, ho apprezzato molto la riflessione sui diversi modi di essere giornalista, specie pensando ai tagli effettuati oggi da tutte o quasi le redazioni: da un lato la vecchia scuola che non vorrebbe proprio avere a che fare, dall’altro i nuovi reporter che cercano le notizie su Twitter. I due personaggi ovviamente tirano fuori il loro meglio combinando le rispettive competenze e conoscenze e arrivando a riconoscere che reciprocamente hanno da imparare uno dall’altro. Il giallo in sé sfuma in toni un po’ troppo complottistici per essere preso sul serio, ma è una prova ugualmente interessante, che potrebbe rivelarsi una buona lettura sotto l’ombrellone.

9788854500297Jane Austen Book Club onestamente mi ha deluso un po’, è uno di quei rari casi in cui il film riesce meglio del libro. L’idea è ambiziosa: sei personaggi tutti più o meno in crisi, i sei romanzi di Jane Austen da leggere per un club del libro improvvisato con scopi terapeutici per tutti. I libri scandiscono il passare del tempo, mentre i personaggi si preparano all’incontro mensile previsto, e servono da chiave di lettura per analizzare i vari personaggi e i loro problemi, seguendo l’ordine con cui si occupano delle riunioni. Il problema, secondo me, è che l’autrice si concentra troppo sul pregresso e troppo poco sul presente: si perde letteralmente a raccontarci tutte le storie passate di alcuni dei personaggi, senza poi uno scopo effettivo perché le somiglianze con le diverse eroine della Austen non saltano fuori in maniera così appariscente come nel film. In più, alcuni sono davvero sacrificati, come Prudi o Grigg, che non hanno il carattere che invece acquistano sullo schermo. È buffo perché ho visto prima il film e pensavo che avrei voluto saperne di più dei personaggi, delle loro storie. Di Bernadette ad esempio si sa solo che ha avuto un bel mazzo di mariti, senza neanche scendere nei dettagli… Ma leggendo il libro la sensazione si è completamente ribaltata e avrei voluto stornare le digressioni per concentrarmi di più sul club, che alla fine è un pretesto per la storia ma non è il vero protagonista. Peccato.

Unknown Ho letto quest’opera di Camus per la famosa challenge del Giro del mondo in 80 libri, forse troppo frettolosamente e senza soffermarmici più di tanto, ma non mi ha entusiasmato più di tanto. Il protagonista è l’eroe dell’assurdo, che si consegna alla morte senza provare a difendersi in un processo a dir poco sommario (come prova per un omicidio si porta l’indifferenza dimostrata al funerale della madre!)… Ho letto che questo dell’assurdo è un tema ricorrente in Camus, ma in quest’opera proprio non mi ha preso.
Probabilmente durante l’estate tenterò una rilettura per vedere se sono stata superficiale io, o proverò a cimentarmi con un’altra delle sue opere.
Unknown-1Questo romanzo è stato invece una prova in più che faccio bene a tenermi lontana da certe serie “mainstream”, almeno nei primi tempi di esplosione del fenomeno. Se avessi già conosciuto il protagonista di Jo Nesbø, infatti, probabilmente questo libro non mi sarebbe piaciuto come è successo: si tratta infatti del primo romanzo di questa serie, che per non so quali motivi è l’ultimo pubblicato (un giro su Goodreads mi suggerisce che mancasse all’epoca la traduzione inglese, visto che anche in questa lingua è uscito solo da poco, ma spero che non sia così), e forse presenta le ingenuità dei primi romanzi, tuttavia propone un mix a dir poco originale che mi ha conquistato. Non avevo mai trovato infatti la cultura norvegese e l’Australia mixate in un’unica opera. Sembra uno di quegli esperimenti culinari tipo i gamberi col cioccolato che disgustano tutti nelle fasi preliminari di programmi stile Masterchef, a dirla così, eppure funziona bene. Mi piacciono i romanzi in cui l’autore non si fa scrupolo di eliminare personaggi che ha reso amabili ai lettori, perché mi piace anche soffrire leggendo, e le digressioni sulle condizioni di vita degli aborigeni sono una tematica interessante che s’interseca al romanzo senza offuscare il nodo centrale dell’indagine. In più, ho gradito come le varie soluzioni del mistero proposte sembrassero evidentemente troppo belle per essere vere, però a un certo punto ci ho voluto disperatamente credere temendo quello che poi è effettivamente accaduto. Probabilmente è piaciuto più a me che a chi seguiva già le indagini di Harry Hole proprio perché io partivo da zero e non avevo da fare il confronto con i romanzi con più esperienza… Se riuscite a inquadrarlo nella giusta luce, ossia del primo romanzo, secondo me si può rivelare una lettura davvero piacevole.

E that’s all folks per oggi, alla prossima e ultima tranche!

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2 pensieri riguardo “Letture di giugno, 2 di 3

  1. Felici che la nostra recensione ti abbia ispirato. ^^
    Anche io ho letto “Jane Austen book club” pochi giorni fa e, anche non avendo ancora visto il film, concordo con il tuo commento.
    Buona giornata, e buone letture!

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