Pubblicato in: libri, Recensioni

Raccontami dei fiori di gelso – Aline Ohanesian

515ygcxag8lCome raccontare una tragedia per l’umanità, una verità ancora negata dalla parte che dovrebbe domandare perdono, senza cadere nel patetico o nel drama da due soldi, nemmeno quando si attinge alle storie della propria famiglia?

Questa autrice ci prova. Prende l’eredità lasciatale dalla sua bisnonna, sopravvissuta al genocidio armeno, e la usa come fonte d’ispirazione per un romanzo delicato e molto onesto, che offre molti spunti di riflessione terribilmente attuali.

La trama. Alla morte del nonno Orhan, un giovane turco torna al villaggio natale in Anatolia per il funerale e l’apertura del testamento, sperando che il vecchio abbia deciso di fare uno strappo alla legge tradizionale che prevede il rispetto della “gerarchia familiare” lasciando tutto in mano a suo padre, Mustafa, anche a rischio di far fallire l’azienda di famiglia. Kemal, il nonno, effettivamente ha lasciato delle sorprese ai suoi familiari, ma non esattamente quelle che Orhan si aspettava: la casa di famiglia, infatti, viene lasciata a una sconosciuta che vive in America, Seda Melkonian, che apparentemente non ha alcun legame con il morto. Confuso, Orhan parte immediatamente per convincere la donna a rinunciare al lascito, così da poter rivendicare i propri interessi senza far invalidare tutto il testamento, ma a Los Angeles si trova a dover affrontare verità scomode e indesiderate, sia sulla sua nazione che sulla propria famiglia. Intrecciata ai fatti degli anni ’90, leggiamo cosa avvenne a Seda e a Kemal nel 1915, ripercorrendo gli avvenimenti tragici in cui furono coinvolti sui diversi fronti.

Se volete, potete prenderlo come una delicata storia di quasi amore (di quei libri che “avrebbe potuto essere amore ma il destino ci si mette di mezzo e ciccia”, per capirci), tuttavia è la parte più scontata e forse banale.

Gli elementi interessanti sono le riflessioni inserite nella trama: l’autrice è armena culturalmente ma è anche araba, ammette di conoscere la tragedia del suo popolo ma di essere rimasta sorpresa e shockata nello scoprire che la sua famiglia ne fosse stata colpita, e possiamo apprezzare le fila dei suoi pensieri in merito in questo romanzo.

In prima battuta, ovviamente, l’atrocità del genocidio, argomento ancora oggi poco discusso e studiato a scuola in tutta fretta, almeno per mia esperienza, anche per non infastidire l’alleato turco (si è visto anche negli ultimi mesi quale scompiglio porti il riconoscimento dei fatti del 1915 come genocidio, e non come tragedia collaterale di guerra, e le reazioni del governo di Ankara ogni volta che se ne parla). È apprezzabile tuttavia come l’autrice non si fermi a armeni buoni e turchi cattivi, così come provi a raccontare anche le eredità del genocidio da entrambi i fronti. Kemal è un giovane turco nel 1915 che si arruola per i motivi sbagliati e che deve convivere con lo sterminio dei suoi vicini di casa, pur non prendendovi parte attivamente; il nipote Orhan, adulto negli anni ’90, è quasi del tutto ignaro della verità storica del popolo armeno, tanto che la rifiuta inizialmente, e si chiede se e come ci si debba rapportare con l’idea che il suo popolo abbia commesso un genocidio. E, ammesso che la si riesca ad accettare, cosa fare dopo. Lo possiamo capire, in fondo: noi italiani quanto accettiamo il maldestro tentativo dei nostri bisnonni di sterminare mezza Etiopia col gas? O le conseguenze del nostro colonialismo in Eritrea, con ripercussioni ancora oggi? Eh, ma è successo tanto tempo fa, che colpa ne abbiamo noi… Quante volte avete sentito queste frasi? Io parecchie.

Eppure a condannare i turchi per il loro negazionismo siamo tutti rapidissimi, sia per quanto è accaduto durante la prima guerra mondiale che per la questione curda (tema toccato qui di sfuggita legato alle vicende di gioventù di Orhan, che viene imprigionato, torturato e poi esiliato per aver fotografato un leader del PKK senza avere idea di chi fosse).

L’autrice con questo romanzo ci ricorda che dividere a blocchi le persone e condannare è facile, troppo facile. Seda, che rinuncia al suo amore perché consapevole di non poter tradire ciò che è sopravvissuto della sua famiglia, ci ricorda che un popolo non è mai del tutto buono o del tutto cattivo, e che credere il contrario è deleterio, genera solo altro odio, altri fanatismi, altri desideri di vendetta… È bellissima e di gran pregio la distinzione tra le caratterizzazioni di Seda e di sua nipote, Ani, “testimone di seconda generazione”, infervorata più che mai nella causa per il riconoscimento pubblico del genocidio, non perché lo ha vissuto in prima persona, ma perché per tutta la vita questa verità le è stata messa davanti in maniera quasi violenta dal padre. Seda, che avverte il suo attivismo come una nuova violenza sulla sua persona, d’altra parte vorrebbe forse dimenticare, o quanto meno non essere obbligata a rivivere costantemente la tragedia che ha attraversato. Ed è un dualismo sempre interessante, dinanzi a una tragedia così grande, il contrasto tra l’importanza del ricordo e il diritto all’oblio di chi non vuole vivere tutta la sua esistenza come un sopravvissuto, un dualismo sul quale potremmo scrivere saggi alti come enciclopedie e non si sarebbe finito.

Al solito, rimango perplessa dal packaging Garzanti, che a mio avviso rischia spesso di svilire e banalizzare i titoli del suo catalogo, ma sono molto contenta di averlo letto. C’è una profondità che non mi aspettavo e che mi ha piacevolmente sorpreso.

Raccontami dei fiori di gelso, di Aline Ohanesian (traduzione di Stefano Beretta)
Edizione italiana Garzanti (2016 – 288 pagine)
Link su Amazon: Edizione cartacea – Edizione digitale su Amazon

 

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