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Riabilitazione di una lettrice assuefatta #3

Riprendo una vecchia rubrica con l’ottica di tenermi sotto controllo nella mia ossessione passione preferita: la lettura. Cercherò di tenere un check mensile così anche per tenere un po’ un bilancio, cominciando da marzo, manco fossi un’antica romana. Whatever, si sa che le convenzioni non fanno per me (salvo quelle delle librerie).

Trend generale
Marzo devo dire che è stato un mese abbastanza magro come letture. Un nuovo lavoro, il mio esordio da freelance e un nuovo legame affettivo mi hanno tenuto abbastanza lontana dai libri. Non ne ho sofferto poi più di tanto, lo ammetto, però ho avvertito un po’ la mancanza dei miei mondi di carta. Comunque, tre libri + due fumetti letti. Continua a leggere “Riabilitazione di una lettrice assuefatta #3”

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Metti che una sera vai a sentire Kazuo Ishiguro

Ci ho messo un po’ a riprendermi, ma due settimane fa ho fatto una scappata a Torino grazie a un amico che mi ha ospitata a casa sua per vedere dal vivo uno dei miei autori preferiti, Kazuo Ishiguro. Quelle cose che scopri assolutamente per caso aprendo il sito di Einaudi per vedere quando sarebbe uscito il nuovo libro (Il gigante sepolto, Einaudi) al Circolo dei Lettori di Torino… Ero indecisa se andarci e l’ho scritto su Facebook, più una lagnanza che altro da brava genovese mugugnona, e un mio amico mi ha scritto per dirmi che sarebbe stato ben felice di offrirmi un letto per l’occasione. Da lì a comprare il biglietto del Megabus è stato un attimo.

Sono veramente contenta di averlo fatto: è stato un incontro bellissimo, veramente godurioso per un lettore affezionato e stimolante anche per chi non avesse mai letto un suo libro, secondo me. È uno scrittore forse non semplicissimo da leggere, eppure è davvero piacevole sentirlo parlare del suo lavoro e di come intende la letteratura e il mercato editoriale. Alla seconda domanda ha smontato buona parte dell’intervista prevista spiegando come per lui i generi siano un elemento secondario in funzione dell’idea, vedendoli quasi come dei vestiti da abbinare di volta in volta al nucleo del romanzo in lavorazione in modo da farlo risaltare nel modo migliore possibile. È uno scrittore aperto a ogni possibilità, determinato, ma anche capace di selezionare tra le sue idee (che si annota rigorosamente a mano sui suoi taccuini) scartando quelle che non si rivelano buone e portando avanti le storie migliori. È un modo di approcciarsi alla scrittura che mi piace molto, con un’ottima commistione del processo creativo e della razionalità necessaria per essere uno scrittore di successo.

Tutta la produzione di Ishiguro ruota intorno alla memoria e alla perdita della stessa, ma in modo molto personale: non si concentra sull’importanza della memoria, quanto sul processo di selezione e dimenticanza a cui tutti noi siamo soggetti, sia come singoli che come collettività (gruppi e popoli)… E su quanto a volte ciò sia vantaggioso, perciò nei suoi romanzi si pone sempre il dubbio se il processo del dimenticare sia casuale e inevitabile o volontario. Le sue ispirazioni per questa ricerca sorprendono: se tutti siamo rapidi a richiamare le sue origini giapponesi, Ishiguro racconta le sue riflessioni personali su conflitti terribili come quelli degli anni ’90 e sull’apparente insensatezza di popoli che avevano sempre convissuto in pace che improvvisamente erano diventati nemici mortali, com’è accaduto in Bosnia.

È complicata la riflessione che Ishiguro fa, per cui se non mi sono spiegata bene io vi consiglio di tentare la sorte con uno dei suoi romanzi: io ho cominciato a leggerlo nel 2013, con Un artista del mondo fluttuante Quel che resta del giorno. Ho scelto questi due libri quasi a caso (il primo era forse uno dei pochi disponibili in biblioteca, il secondo m’incuriosiva per il film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson), ma credo che sia interessante leggerli di seguito, perché offrono un’interpretazione del tema della memoria sia personale che collettiva contemporaneamente in due contesti diversi. Il primo vede la storia di un artista giapponese famoso per la forte retorica fascista delle sue opere che si trova ostracizzato dalla società e in parte dalla sua stessa famiglia dopo la seconda guerra mondiale. Ambientato in parte nello stesso periodo è anche Quel che resta del giorno, che attraverso le vicende del maggiordomo Stevens e della sua incapacità di vivere una vita sua che eluda dai suoi “doveri” di domestico, racconta anche uno spaccato meno noto dello stesso conflitto, ossia il sentimento filo-tedesco che la Gran Bretagna ha condiviso prima del 1939… E che tutti sembrano aver dimenticato e, anzi, che nel dopoguerra diventa una colpa da perseguire.

So che a molti lo stile di Ishiguro sembra troppo distaccato e fumoso, però secondo nel contesto di questo lavoro sulla memoria e sulla sua perdita è davvero perfetto: si adatta benissimo ai suoi personaggi a volte ambigui, a volte difficili da seguire nella lettura (per questo terrei Gli inconsolabili per un secondo momento, se posso consigliarvi). In ogni romanzo ci sono passaggi oscuri, come nella nostra storia (personale e umana) che non vengono “risolti” fino in fondo dalla narrazione e diventano spazio per noi lettori, che possiamo interpretare basandoci sulle rispettive esperienze. La sensazione è che questo effetto sia voluto e ricercato, un’altra dimostrazione della consapevolezza di Ishiguro come autore: spesso si dibatte se il libro sia la narrazione pensata dall’autore o quella percepita dai singoli lettori, e tra tanti scrittori che si lamentano o sembrano infastiditi per le reinterpretazioni fatte dai fan, lui sembra accettarlo e invogliare a farlo. E come lettrice, lo apprezzo tantissimo.

Ma Ishiguro mi ha conquistato anche con la sua disponibilità di autore, consapevole che avere dei fan significa anche prestarsi ai selfie, alle domande scontate e agli autografi: è stato gentilissimo e si è fatto scrivere tutti i nomi dalla traduttrice per fare le dediche con disponibilità e un sorriso. Un plauso al traduttore, che si è fatto un signor mazzo, e alla signora Ishiguro, che (ho scoperto dopo) era seduta vicino a me e che a un certo punto mi ha fatto l’occhiolino, probabilmente divertita dallo sguardo estatico con cui fissavo suo marito dall’altra parte della stanza.

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Nel mondo delle Piccole donne

Devo fare una confessione. Io non ho mai letto Piccole Donne.

Più o meno. Avevo un’edizione a fumetti della collana del Giornalino di cui devo aver consumato le pagine, a furia di rileggerla (anche per due motivi “esterni”: Jo mi ricordava tantissimo mia madre, e in fondo c’era una serie di ritratti di donne famose nella storia che mi piacevano un sacco), e forse proprio perché conoscevo già bene la storia non ho mai affrontato il romanzo vero e proprio. Poi ho visto i film, quello del ’49 e quello del ’94 (e preferisco decisamente il primo), e mi piacerebbe trovare anche quello del ’33 con Katharine Hepburn come Jo…

Tuttavia ci ho girato intorno, in questi giorni, con due libri molto interessanti: il primo romanzo scritto da Louisa May Alcott, L’eredità, ritrovato a metà anni ’90 tra gli epistolari dell’autrice dopo più di un secolo di dimenticanza, e il romanzo con cui Geraldine Brooks ha vinto il premio Pulitzer, L’idealista.

L’eredità, più che per la vicenda narrata vera e propria, secondo me è interessante per comprendere le basi da cui l’autrice è partita ed è cresciuta stilisticamente e non solo per arrivare a Piccole donne. È un romanzo breve evidentemente ispirato a Jane Austen, ma con una punta di quel sensazionalismo che anche Jo March metterà nelle sue prime storie (misteri, eredità restituite all’ultimo momento, matrimoni segreti e identità oscure). La protagonista è Edith, una giovane troppo, troppo perfetta (bellissima, bravissima, amatissima da tutti se non da chi la ritiene una rivale scomoda nei suoi piani matrimoniali, umile, onesta, generosa, leale, modesta, e chi più ne ha più ne metta), un’orfana italiana dal passato misterioso che vive come istitutrice presso una famiglia nobile inglese. Le sue qualità la fanno amare da tutti, anche dal ricco e nobile ospite dei suoi padroni, Lord Percy, che però Edith accoglie come amico, decisa a non tentare di migliorare la propria condizione sociale con un matrimonio che secondo lei, una volta passata la prima fiamma, getterebbe nell’infelicità entrambe le parti per lo scandalo e il dissenso che si creerebbe tra i pari del marito di ceto superiore. Solo una svolta a sorpresa sul finale spianerà la via al finale più ovvio e che, tuttavia, nella lettura ci si trova a desiderare. Secondo me, anche grazie all’ottima introduzione di Cesare Catà, questo libro rafforza il parallelismo tra Louisa e la sua eroina più famosa, Jo: mostra come si sia ispirata ai romanzi prediletti della sua gioventù (anche nei diversi riferimenti alle opere di Walter Scott), e ci svela un po’ più di lei, ed è apprezzabile proprio per questo. Poi accidenti, magari tutte le fanfiction scritte da diciassettenni avessero questa classe!
L’eredità, Jo March, 2015, 12€ ★★★

L’idealista è un romanzo di dieci anni fa che reinterpreta la vicenda classica da una nuova prospettiva. Ripubblicato recentemente per la Beat con il titolo originale, March, e il sottotitolo Il padre delle piccole donne, questo reteller racconta la parte di storia della famiglia March che non conosciamo da Piccole donne, ossia quel che è successo al papà durante l’anno passato lontano dalla sua casa per seguire l’esercito nordista nella guerra di secessione. Mi piace molto il modo che ha di scrivere Geraldine Brooks, anche se bisogna essere nel giusto mood per apprezzarla: in questo caso, ha proseguito sulla scia dell’autrice originale, che si era ispirata apertamente a se stessa e alle sue sorelle, mescolando con la vicenda delle piccole donne fatti ed eventi della famiglia Alcott. Ecco allora che i March sono impegnati nella Ferrovia sotterranea, la rete di nascondigli creata per aiutare gli schiavi fuggiaschi a raggiungere il confine o i porti sicuri, ecco che frequentano, Thoreau, Waldo, Margaret Fuller e tutti i filosofi e gli scrittori trascendentalisti amici degli Alcott (e insegnanti per Louisa e le sue sorelle), ecco che March si scontra con la diffidenza dei bianchi che sostenevano di combattere per gli schiavi ma volevano relegarli comunque a una condizione di inferiorità, proprio come la scuola innovativa di Alcott fu fatta fallire dopo che lui ammise una bambina di colore in una classe di bianchi. Soprattutto, la Brooks va a intaccare la perfezione di Mamma March, rendendola una donna forse più tridimensionale, sanguigna, a tratti rabbiosa, gelosa. Sembra porre crepe in un matrimonio che pare senza pecche nell’opera originale (ma visto dagli occhi delle figlie, come potrebbe essere altrimenti?), e soprattutto è molto vera nel mostrare due persone che, certe di condividere tutto, in realtà si inseguono vicendevolmente e si interpretano male, prendendo decisioni (soprattutto lui) che mettono tutta la famiglia in pericolo più volte per compiacere l’altro (e sbagliando su tutta la linea). L’idealista è un titolo appropriato proprio per come March interpreta il suo matrimonio: è innamorato perdutamente della giovane focosa e idealista (come lui, più di lui) che ha conosciuto, che però cresce, cambia con la maternità, e può sembrare banale, eppure March non sembra rendersene conto. Le sue scelte, compiute per impressionare lei e dimostrarle il suo amore mettono in pericolo il suo matrimonio e il rispetto che Marmee prova per lui. La parte a Washington della degenza di March è sicuramente la migliore.
L’idealista, Neri Pozza, 2005, 16€  ★★★★

Insomma, una gita per vie un po’ traverse, ma è bello riuscire a trovare sempre qualcosa di nuovo in un mondo che si crede già di conoscere. E che aggiungere, se non che forse è arrivato il momento di leggere Piccole donne nella sua versione integrale, magari in lingua?