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Perché la comunicazione serve: Fertility Day

Le avete viste tutti, quindi non sto a ripubblicarle, le fantastiche cartoline promozionali che fanno pensare al fascismo e che tentano di farti sentire in colpa se tu, donna, stai aspettando di avere una relazione e un lavoro stabili – e magari una casa con mutuo per avere qualche garanzia – prima di metterti a procreare.

Mentre tutte le mie amiche si indignano come donne, rivendicando il loro diritto a decidere che fare del proprio corpo e dell’intimità di questa scelta, io è da ieri che mi sento profondamente offesa per un altro motivo. Mi sento offesa come professionista della Comunicazione.

Chi non è passato per questo corso non può capire. Nessuno è così in basso nella catena alimentare universitaria: sei quello che viene sempre additato come scansafatiche, lavativo, che ha evitato i corsi di laurea seri. Io ho passato cinque anni sentendo cani e porci (e non solo politici, ma personaggi televisivi e altro senza la minima competenza in merito) dichiarare e  augurarsi che il mio corso di laurea fosse presto chiuso così da restituire ai corsi seri i fondi da noi rubati. Cinque anni di odio, a caso, senza avere neanche idea dei programmi studiati, delle applicazioni della comunicazione che sarebbe bene fossero parte integrante di TUTTI i corsi di laurea. Ed è un classico che, dopo cinque anni di prese in giro e insulti, ti tocchi poi lavorare sotto persone che non solo non hanno seguito corsi come quelli che hai frequentato tu, ma hanno spesso un’idea della comunicazione antidiluviana, che non capiscono i media contemporanei, che sono fermi all’idea dell’annuncio proclama e si indignano per le prese in giro sui social network dando la colpa ai riceventi che snaturano un messaggio, essendo scemi e non capendo nulla, e che fanno polemica a caso.

Poi capitano queste cose, e da ieri io ho in testa il mio bel corso di Pubbliche Relazioni, le lezioni su focus groups e sugli strumenti di verifica dell’efficacia di una campagna, gli epic fail storici in merito, la comunicazione istituzionale. Io è da ieri che penso al mio bel manuale sull’argomento che sta bruciando.

Come accidenti è possibile cannare DI NUOVO una campagna istituzionale in maniera così becera e scontata? Già io avevo delle perplessità sulla campagna sulle violenze domestiche che ho visto da qualche mese sugli autobus, dove tant’è c’è un forte rischio di victim blaming… Non lo so, già è un argomento non riducibile a slogan, ma qualunque persona che ha subito abusi ti dice che ripetere in faccia a una donna che subisce violenze che quello che ha è sbagliato di solito porta solo a chiudersi ancora più a riccio, mentre dovrebbe essere incentivata la consapevolezza di non essere sola contro il violento, di potersi rivolgere a centri di aiuto e di sostegno, anche solo per parlare e sfogarsi. Una pubblicità che continua a dire “se ti picchia non è amore: lascialo” mi sembra inutile e potenzialmente pericolosa.

Ma torniamo all’argomento del giorno. Io mi sento profondamente offesa, dicevo, come laureata e professionista in campo comunicativo: perché è frustrante come al solito sentirsi spalare merda per anni e poi vedere quale bisogno di esperti del settore c’è in giro. O che non si facciano le verifiche dei rischi e delle interpretazioni collaterali non previste PRIMA di lanciare una simile bomba. È veramente offensivo. Ho in mente un sacco di miei colleghi universitari che vorrebbero lavorare nel settore istituzionale e passano da uno stage all’altro, con poche possibilità di dimostrare quello che valgono, con uno stipendio inesistente e dovendo lottare con le resistenze di tutti quelli che sono CERTI di saperne molto ma molto più di te, e poi propongono e si espongono con queste cagate.

Capisco che non sia il punto principale del problema, tuttavia è davvero offensivo. Perciò in breve, la prossima volta che chiederete “ma perché perdere tempo a studiare comunicazione?”, ricordatevi che una delle risposte è: per fare campagne istituzionali sensate, serie e che non offendano tutte le persone a cui si rivolge in un colpo solo.

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Il meglio del 2016 #1 Navi perdute – Naomi J. Williams

13232963_10154894598201038_6510918872580868077_nChe io abbia una piccola ossessione per le edizioni Neri Pozza è un dato di fatto. Ci provo a contenermi, eppure sono le copertine che in libreria mi attraggono sempre come una calamita, con quell’aria un po’ vintage e la carta opaca e ruvida, che è un piacere da toccare (ma mi piacciono anche in ebook, sia ben chiaro). Per di più dietro a un bel pacchetto di presentazione si trovano sempre dei libri notevoli, quindi che si può chiedere di più?

Navi perdute in particolare mi ha attirato con particolare energia dallo scaffale delle novità, e mi ha incuriosito per la vicenda che l’autrice ha scelto per questa opera prima: la scomparsa della spedizione La Pérouse, composta da due navi (la Boussole e l’Astrolabe) e incaricata di ripetere – e possibilmente superare – le imprese di Cook, che nel 1788 sparì nel bel mezzo del Pacifico e di cui per decenni non si seppe più nulla. È una scelta vintage, in un’epoca in cui il mondo è stato spiato forse in ogni suo centimetro di terre emerse, in cui si può arrivare dall’altra parte del globo in ventiquattro ore – e un simile viaggio ci sembra infinito, esagerato, una vera e propria fatica.  Continua a leggere “Il meglio del 2016 #1 Navi perdute – Naomi J. Williams”

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Di acqua e di vento, di Ang Chin Geok

Continuo il mio giro per il mondo con i libri (-5 per arrivare a 80, yay!) con una sosta a Singapore e Ang Chin Geok.

Di acqua e di vento è un romanzo che racconta in maniera l’evoluzione di Singapore da colonia britannica a nazione indipendente e della condizione della donna in questa città attraverso i racconti di tre donne della stessa famiglia cinese. Per capirci, Nonna, Figlia e Nipote. Ognuna racconta la sua esperienza di vita, e i problemi che cambiano da una generazione all’altra: la Nonna non può studiare poiché sua madre lo ritiene inutile per una donna (tra l’altro con una motivazione gretta – sarebbe un investimento a fondo perduto, che non arricchirebbe la famiglia, visto che la figlia poi dovrà sposarsi, e sarebbe un beneficio per la famiglia di suo marito), si ritrova sposata senza aver neanche mai visto il volto del marito, affronta la guerra e la fame da sola con i suoi quattro figli, perché lo sposo è prigioniero dei giapponesi. La Figlia, nata proprio durante l’occupazione, gode già di molte più libertà, ma deve affrontare le sue scelte quando il suo matrimonio misto fallisce e si trova in Australia (patria del marito) da sola, lontana dai suoi familiari, a lottare per la custodia dei figli. La Nipote, a cui sono dedicati solo pochi capitoli alla fine del romanzo, cinese solo a metà, che fatica a trovare il suo posto nel mondo, vittima di razzismo sia a Singapore per il suo sangue australiano che nel paese del padre per i suoi occhi a mandorla.

In realtà, ha molta più importanza la sfera privata che quella pubblica della famiglia, che tuttavia affronta la seconda guerra mondiale e l’occupazione giapponese, i contrasti razziali degli anni ’60, per inquadrare le difficoltà di una nazione la cui popolazione è composta per quattro quinti da discendenti di immigrati ancora oggi (tre abitanti su quattro sono di etnia cinese). E uno dei temi principali è proprio il rapporto che queste donne hanno con “la madrepatria”. Se per la Bisnonna (che non è una voce narrante del romanzo, e tuttavia lascia il suo segno), coi suoi piedi fasciati e la fatalista certezza che ogni guaio della famiglia sia legato alle cattive azioni di uno zio da parte del marito, la Cina è davvero la patria, e le tradizioni sono la sua guida nella vita, arriviamo alla Nipote, per la quale le credenze della sua famiglia materna assumono l’aspetto di superstizioni, da conoscere per sapere da dove si proviene senza però lasciarsi soggiogare.

In questo senso, il romanzo mi è piaciuto. Non è la più originale delle idee, però sfrutta un espediente già collaudato per raccontare la storia di un luogo o di una nazione attraverso le esperienze di più generazioni, specie per un paese lontano e di cui conosco poco (più per stereotipi che altro, per di più). Ciò che non mi ha convinto è che le tre donne che raccontano non si distinguono per personalità e stile,  oltre al fatto che tutte e tre affrontano enormi tragedie senza però riuscire a emozionare davvero.

Di acqua e di vento, di Ang Chin Geok
Piemme (1999), pp. 256
Voto: ★★★☆☆