Pubblicato in: Cinema

Modelli femminili e Disney (e gente becera sui social)

Mi hanno linkato un post un po’ inquietante dell’ennesima associazione che si definisce femminista in maniera becera e imbarazzante, quando porta avanti soltanto il modello di misandria, perché l’uomo è brutto e cattivo e rovina la purezza e la perfezione del mondo delle donne. Tra l’altro per giustificare un film banale, noioso e con degli immensi buchi di trama come Maleficent. Parentesi, io mi considero femminista se si parla di raggiungere la vera parità tra i sessi, ma prendo ampia distanza da questi atteggiamenti discutibili – se si vuole essere gentili.

Sul serio, avrei trovato molto più femminista se Malefica avesse voluto il potere e la sconfitta dei mortali perché le andava di farlo e basta, che per una trovata banale come quella che è stata adottata, ossia il tradimento dell’amato.

E la cosa poi ha portato a Frozen, che un sacco di gente ha salutato come “la svolta Disney” nel rappresentare eroine che si parano il culo da sole e non hanno bisogno del principe azzurro per uscire dai guai. Pocahontas e Mulan stanno agitando la manina per richiamare l’attenzione da qualche mese, ma poco importa, perché l’ultimo classico è stato caricato di valori enormi per spiegare quanto fosse bello e speciale. Che ehi, se diceste “mi sono intrippata per le canzoni e il vestito figo di Elsa” sareste più credibili e nessuno vi giudicherebbe, ma pace.

Ci pensavo stamattina e proprio io non riesco a trovare veramente positive nessuna delle due protagoniste di questo film: da un lato Elsa, che avvinta dalle sue paure butta alle ortiche regno, famiglia e responsabilità per chiudersi egoisticamente nel suo castello di ghiaccio; dall’altro Anna, che molla il regno nelle mani del primo sconosciuto che passa per andare a cercare la sorella convinta di poter risolvere tutto con tarallucci e vino, certa che l’amore possa risolvere ogni problema con un’ingenuità fastidiosa. Oddio, vero che avere vicino l’amore dei propri cari aiuta, ma non è certo in maniera così becera che i problemi si risolvono: Anna si aggrappa in maniera così puerile all’idea di amore che è pronta a sposarsi totalmente a caso, cosa che le fanno notare sia la sorella che Christoff. Notate che Elsa viene citata spesso sui social perché smonta l’idea di amore a prima vista, ma l’uomo del ghiaccio non se lo fila nessuno, nonostante faccia la stessa identica obiezione.
Nel frattempo suggerirei al popolo di Arendelle un bel colpo di stato per trovare dei governanti un filo più assennati, ma pazienza.

Vorrei invece citare un film che secondo me non si è filata tanta gente, nonostante sia uscito in mezzo ai due classici con le principesse: Ralph Spaccatutto. A parte che temo che un sacco di bambine non lo abbiano visto perché parla di videogiochi, mondo ancora considerato spesso esclusivamente dei maschietti (mentre le femmine dovrebbero concentrarsi sui giochini stile Cats&Dogs o Magico mondo del vattelapesca stile Sims ma senza possibilità di far fare sesso ai personaggi), ma lì si nasconde la vera principessa di rottura della Disney. Così di rottura che dopo essersi fissata per un attimo il vestito d’ordinanza se ne libera dicendo di non riconoscersi nello stereotipo e tornando ai suoi vestiti sportivi: Vanellope Von Schweetz.

Vanellope è una principessa molto sui generis: è la sovrana di Sugar Rush, un videogioco zuccheroso come Candy Crush con le corse pazze di Crash Team Racing. Il suo ruolo regale tuttavia viene scoperto solo alla fine, quando il suo gioco viene resettato. Vanellope infatti si presenta come una ragazzina emarginata e scacciata dalla sua comunità in quanto “errore di programmazione”; la sua capacità di scombinarsi in codice, o “glitchare”, legata alla sua emotività, la rende diversa, e di conseguenza pericolosa. Le è impedito di correre e viene presa in giro e umiliata in ogni situazione, tanto che vive da sola in mezzo a una discarica. Tuttavia, Vanellope è molto più positiva e propositiva di Elsa: sfrutta al volo l’occasione di dimostrare quanto vale usando la medaglia di Ralph per iscriversi alla gara, stringe un patto con lui per riuscire a crearsi un go-kart degno di questo nome e s’impegna al massimo per dimostrare di non essere un errore, di avere un senso. Mentre Ralph si commisera, lei rimane ostinatamente ironica e ottimista, e pure essendo terribilmente petulante non perde mai la speranza.

Quando finalmente il gioco viene messo a posto e si scopre la sua vera identità, Vanellope sfida la sua stessa programmazione sfilandosi il vestito canonico e continuando a usare il potere di glitch, che ha finalmente imparato a controllare, ma non rinuncia alle sue responsabilità: non si sente una principessa imposta dal programma del gioco, ma tuttavia si propone come leader agli altri personaggi, chiedendo la loro approvazione.

Vanellope si libera dal vestito improponibile glitchando

Non lo so, per me Vanellope, pur essendo molto fastidiosa, appare come personaggio assai più positivo di Elsa. Anche se hanno molti punti in comune, la piccola pilota rimane molto più solida e convinta di se stessa, e riesce a far cambiare anche Ralph con la sua solare determinazione; anzi, lei è stata davvero respinta ed emarginata per la sua diversità, e tuttavia non sfugge al suo dovere quando se ne presenta l’occasione, una volta che il gioco è stato sistemato.

Magari questo film sembra meno “da bimbe” perché non ci sono canzoni, o perché si parla di videogiochi, ma secondo me è un esempio molto più calzante di Frozen per positività della protagonista femminile. O se proprio non vogliamo contare questa tipetta petulante, mi sembra comunque più moderna Tiana, che sconfigge l’uomo ombra rompendo il suo incantesimo, si fa un mazzo notevole per raggiungere i propri sogni con le sue forze e riesce a insegnare a Naveen il valore del lavoro e dell’impegno. Non lo so, Elsa così impegnata nel suo dramma personale e Anna tanto ingenua proprio non mi convincono.
Voi che ne pensate?

Pubblicato in: Cinema, Recensioni

Il quinto (scricchiolante) potere

Ieri, in quest’uggia che sembra non finire mai, sono andata con la mia migliore amica a vedere l’ultimo film del Cumbercoso (sono stufa di cercare ogni volta il cognome perché non mi ricordo mai come si scrive, tanto avete capito) su una delle storie più controverse degli ultimi anni: Wikileaks e Julian Assange.

Premesso che la mia sensazione di partenza, che mi è rimasta anche dopo la visione, è che la “storia” in questione è troppo recente e calda ancora per passare già a un film, tanto più con un taglio molto “polveroso” per una pellicola che dovrebbe parlare di Internet. Abbiamo la storia dal momento in cui Assange, tolto un primo flashforward che ci anticipa il finale del film, conosce e “recluta” Daniel Berg, coinvolgendolo nel suo progetto di Wikileaks: abbiamo il primo periodo idilliaco, i successi, i primi dubbi, e la parabola in discesa che porta all’evento per cui i due protagonisti si separeranno, la pubblicazione di un pacco immane di documenti riservati militari e diplomatici che potenzialmente metterebbero moltissime fonti dell’intelligence americana in pericolo di vita. Man mano che la grossa vicenda prende corpo, il dio Assange, come fin nel film viene definito, rivela i suoi piedi di argilla, le debolezze, la mania del controllo, la diffamazione del suo ex-amico, fino alla sua inibizione nel ricevere nuove storie da pubblicare.

Lo trovo un film difficile da giudicare perché è un film che non riesce a rimanere neutro: il ritratto di Assange è brutale, l’interpretazione su ciò che ha fatto data dal regista e dalla sceneggiatura. Il ragazzo scappato da una comunità settaria che sembra però portarsi dietro e che utilizza gli stessi mezzi manipolatori per convincere gli altri a collaborare con lui, inventando pacchi di volontari e collaboratori per far apparire l’organizzazione più grande e più affermata di quello che è anche alle persone direttamente coinvolte, difende le regole che si è dato senza tenere conto dei costi, brucia qualunque opzione che non venga da lui stesso. “Le persone hanno delle opinioni”, frase brutale e incomprensibile da parte di un uomo che vuole la libertà assoluta d’informazione per il mondo.

Tuttavia, questa è la cosa che più mi ha dato fastidio nel film: nel ricostruire un personaggio che pretende di ripubblicare ogni file ricevuto integralmente, così da non contribuire a formare opinioni nei lettori (dando invece loro l’opportunità di formarsele da soli), il regista dà invece una chiara lettura dei protagonisti e decide per il pubblico chi è buono e chi no. Assange, specie nella parte conclusiva, è un gelido stronzo insensibile e incapace di ascoltare un qualunque consiglio per quanto di buon senso, è uno che per non tradire i propri principi – applicati in maniera diversa a seconda di chi è in ballo in uno specifico momento, specifichiamo – è pronto a mettere in pericolo migliaia di persone (scagionandosi poi in maniera a dire poco tendenziosa: nel senso, è ovvio che non avrai mai una prova “certa” che una gola profonda degli USA è stata uccisa proprio perché un regime nemico ha letto determinati dati sul suo sito, dovresti chiedere a loro o avere un modo per tracciare i visitatori del sito…), al punto che gli altri devono bruciargli il sito in modo da fermarlo. Non puoi “salvarlo”, non c’è proprio modo di salvarlo. Certo, l’ispirazione sono due libri non a favore di Assange, tutt’altro, ma col passaggio al film mi sarei aspettata uno sguardo più neutro e più aperto sull’argomento.

L’altra questione che mi ha lasciata molto perplessa è il discorsetto buonista e da salvatore del mondo fatto da Remus Lupin Thewlis (in veste di giornalista del Guardian che subito esalta Assange e che poi si rende conto di aver contribuito a creare una sorta di Frankestein dell’informazione) sull’importanza di fare giornalismo buono e di contribuire a far partire delle rivoluzioni. È un discorso che ho trovato molto ipocrita, considerando quanto tante notizie vengono ignorate normalmente proprio sui paesi in rivoluzione o in guerra in Africa, ad esempio, ma anche nei conflitti in Medio Oriente anche cominciati dagli occidentali. Quanti giorni sono che non sentite parlare della Siria, per dire? O dell’Egitto, hanno più parlato dell’Egitto, dopo la mega strage di qualche mese fa?
Il giornalismo d’inchiesta è costoso, come dicono più volte nel film, ma è anche ignorato perché alla fine non vende: siamo mediamente molto più interessati a sapere se dopo sedici anni hanno la precisa perfetta sequenza dei fatti che hanno causato la morte di Lady D ai conflitti e alle rivoluzioni che disegneranno il mondo di domani, non raccontiamoci palle. O, tornando alle nostre questioni interne, quanto spazio viene sprecato da tg e giornali per “Berlusconi, si vota domani, sì, no, scoperto, segreto, forse, no si rimanda” e un’infinita sequela di aggiornamenti che alla fine non sono neanche notizie, perché siamo sempre nello stesso schifoso stallo da mesi e mesi (per non dire anni, ma poi mi deprimo). E ora improvvisamente i media tradizionali vogliono contribuire a fare le rivoluzioni! Signor Lupin, non ce la racconta giusta.

Per finire… Ma il signor regista ha mai aperto internet? 😄
No, così… Mi è sembrato l’ennesimo film su Internet “vecchio”, poco consapevole di cosa si parla, in cerca più di soluzioni visive che possano spiegare un protagonista virtuale come la rete (un ufficio che ammicca agli anni ’50) che a rappresentare effettivamente le potenzialità di Internet, di Wikileaks, e di un’informazione senza (o quasi) filtri. Mi è sembrata la solita rappresentazione “internet sembra il paese dei balocchi ma alla fine hai bisogno dei media tradizionali, perché solo loro sono portatori di verità e autorevolezza”. Che è un po’ vecchio, eh.

Dunque, per tirare le somme: un grande cast pieno di volti noti e bravissimi (tolti il Cumby e Brühl, ci sono Stanley Tucci, il già citato Thewlis, Laura Linney, il cugino Matthew di Downton Abbey – ciao pirlone, complimenti per l’ennesimo progetto così e così dopo aver piantato per strada DA ^^ – e Melisande di Game of Thrones – sei splendida anche bruna e ti odio per questo), che però non sono sufficienti a tirare su una sceneggiatura debole e di parte e una regia polverosa.

Una nota sulla mia personale visione: mi auguro per voi di non beccare accanite fan dl Cumby che passeranno l’intervallo a lamentarsi di come sia ingiusto che il Cumby sia doppiato perché la voce non gli rende giustizia (falsissimo, tra l’altro, il doppiatore contribuisce a rendere molto bene l’ambiguità e le tendenze manipolatrici del personaggio), a emanare ormoni su quanto sia bello (vi prego, poi, affascinante, ma bello NO) e su quanto sia bravo e quanto sia figo il suo ruolo. Momenti in cui vorrei una bomba sul fandom 😄

Pubblicato in: Cinema, Recensioni

Weekend di cinema: Elysium

Questo finesettimana, per bilanciare lo studio forzato a cui mi sto obbligando per dare un esame pallosissimo mercoledì, mi sono concessa due serate al cinema, che mi hanno dato emozioni completamente opposte. Cominciamo con la fregatura.

Immagine

Attenzione, ci potranno essere spoiler, vi avviso.

Dunque, i presupposti per un buon film c’erano tutti, almeno dal trailer: la degenerazione del capitalismo ha portato la Terra a una condizione di sovrappopolazione tale che il pianeta è ormai quasi tutto desertico, i ricconi hanno tagliato la corda e sono andati a vivere in una stazione orbitante che sembra molto la versione spaziale di 90210, Elysium. Tutti gli altri vivono in una sorta di mega-formicaio arrabattandosi con lavori infimi e sfruttamento portato al ridicolo, condizioni igieniche/sanitarie inesistenti, inefficienza generale e tutti i vari problemi che vi possono venire in mente. La premessa poi a pensarci bene fa un po’ acqua sotto tanti aspetti: quanti possono essere i ricconi sulla stazione spaziale, un migliaio o due viste le dimensioni dell’anello e l’ubicazione delle varie ville? E perché miliardi e miliardi di persone dovrebbero sottostare a mille persone che vivono a centinaia di migliaia di chilometri nello spazio? Se le condizioni della Terra sono così disperate, come fanno i nababbi a mantenere il loro status, visto che il sistema economico terrestre sembra al collasso e fermo? Mah. Ho fatto giusto in tempo ad esaltarmi per la struttura di Elysium e un riferimento a 2001 odissea nello spazio prima di iniziare a farmi domande.

Immagine

Immagine

 

Ci viene presentato quindi il protagonista, Max, o Matt-Damon-senza-capelli, un orfano cresciuto in orfanotrofio che sogna di lasciarsi la Terra alle spalle e raggiungere Elysium dove vivere da re, e che intraprende una carriera di piccolo criminale per mettere insieme i soldi per acquistare un biglietto per il viaggio spaziale. Lo vediamo anni dopo in libertà condizionata vessato dai robot-poliziotti (inutilmente e insensatamente violenti), con un lavoro bestiale (paradossalmente, proprio assemblare quei robot che lo vessano), apparentemente rassegnato a un’esistenza davvero miserabile.

Entra in scena anche quella che dovrebbe essere l’antagonista, ossia Jodie Foster, Ministro della Difesa di Elysium con dei seri problemi di gestione della rabbia… Ma forse lo sarei anch’io, visto che a quanto pare qualunque hacker può gestire un traffico di clandestini verso la stazione orbitante e che per intercettare queste navi Jodie deve ricorrere a un agente fuori di testa (ricordatevelo che lo recuperiamo dopo) che spara missili dalla Terra nello spazio di volo del luogo teoricamente più sicuro e impenetrabile dell’universo… Se sentite un rumore strano, è il mio sopracciglio destro che si è alzato al  punto da toccare il soffitto. Jodie inoltre è furiosa perché il Presidente non è aggressivo quanto lei nei confronti dei terrestri che non rispettano l’ordine imposto dai ricchi: poteva essere un buono spunto, poteva riagganciarsi a tutto il filone di ricchi-cattivi che si rendono conto di essere in una posizione potenzialmente pericolosissima, e che se i poveracci vessati decidessero di alzare la testa sterminerebbero i nemici pieni di soldi senza troppe difficoltà (uno recente che mi viene in mente è il Monsieur Candy di Leonardo di Caprio in Django Unchained, per dire), ma Jodie non ha un’evoluzione, è solamente incazzata nera contro i poveracci che non stanno al loro posto di poveracci: così, per difendere Elysium, decide di organizzare un colpo di stato perché il Presidente non la pensa come lei. Come l’abbiano convinta ad accettare un ruolo così triste e vuoto rimarrà il mio interrogativo per tutta la serata.

L’idea geniale di Jodie per rovesciare il fricchettone antipatico qual è? Ricattare il capo di Max, la cui azienda ha gestito la programmazione di tutto il sistema che controlla Elysium, perché scriva un programma di reboot che la designi come nuovo Presidente in carica. Perché a quanto pare i cittadini di Elysium obbediscono fedelmente ai computer della stazione, che tra l’altro per la maggior parte del tempo sputano fuori ovvietà inutili (“il cittadino è morto”, “benvenuti in questa casa così chic” e altre frasi sul genere), al punto che se il Presidente mondiale fosse cambiato da una riprogrammazione imprevista se ne starebbero. Sento Hal9000 che si frega i circuiti e comincio a chiedermi se non sarebbe meglio che l’umanità si estinguesse e la facessimo finita qua.

Caso vuole – il caso o dei pessimi sceneggiatori – che mentre il boss della fabbrica organizza i suoi loschi affari Max rimanga chiuso in una capsula e sia investito da una dose di radiazioni mortale, anche lì, per un motivo idiota: la chiusura della capsula s’incastra e lui deve entrare per sbloccarla, su insistenza del capetto di reparto stronzo che dopo aver abbaiato l’ordine minacciando un licenziamento prende e se ne va… Ma rimanere un minuto lì ed evitare che la sequenza di produzione ammazzi il tuo dipendente? Tanto più che dieci minuti prima Max fa vedere che il comando della chiusura e quello per emettere le radiazioni sono diversi e distinti, quindi non si capisce come mai con lui dentro la produzione non rispetti queste stesse regole. Eh, dite voi, non ci sarebbe il film. Max viene licenziato e mollato per strada con una manciata di pillole e una diagnosi senza speranza: tra cinque giorni i suoi sistemi interni cederanno e lui morirà.

L’unica folle possibilità è ottenere da un contrabbandiere un posto e un codice identificativo per entrare di straforo a Elysium per infilarsi in una capsula medica capace di curare con la bacchetta magica ogni tipo di malattia o handicap in dieci secondi, finché c’è attività cerebrale. Come ciò sia possibile non ci viene spiegato, ma non importa, perché è proprio questa chimera che spinge i terrestri a tentare il viaggio nello spazio verso Elysium: lo scopo in sostanza di questi disperati è arrivare, raggiungere la prima casa nei paraggi e curare se stessi o i propri cari prima di essere arrestati e riportati sulla Terra. A questo scopo Max cerca un contrabbandiere di nome Spider, che gli propone un patto molto rischioso: un passaggio per Elysium in cambio dei dati cerebrali di un cittadino ricco (immaginate il cervello umano usato come una infinita penna USB, per riassumere). Siccome Max si sta disintegrando ed è pericoloso quanto un soufflé floppato, oltre all’apparecchiatura per rubare i dati dalla testa del cittadino gli viene impiantato un esoscheletro da combattimento che gli dovrebbe donare una forza sovraumana (ma ha difficoltà a tenerlo in piedi). L’unica condizione sul patto di Max (oltre a coinvolgere il suo amico che è palesemente destinato a una fine tragica, lui e i suoi codini) è che il cittadino da prendere di mira sia il suo ex-principale, che l’ha mandato a casa a morire prima che sporcasse il pavimento alla fabbrica.

E che, come noi già sappiamo, sta fornendo il codice per riorganizzare il governo di Elysium con pochi clic. Di conseguenza, quando dalla stazione Jodie vede che il suo amyketto rischia la vita e – peggio – il furto delle informazioni che la inchioderebbero come traditrice e criminale, scatena contro Max e i suoi compagni il cattivone coi missili di prima, che è ancora più pazzo e incazzato di prima perché il lancio di poco fa lo ha fatto disattivare e mettere a riposo dal Presidente fricchettone, che fa strage della squadretta passando dai missili alla katana. L’unico che si salva è Max, che è riuscito a completare il download dei dati che gli interessavano: ferito in maniera abbastanza grave, chiede aiuto a una sua vecchia amica d’infanzia, che il “caso” ha fatto tornare nei paraggi giusto in tempo per essere coinvolta in questa storia, e che fa l’infermiera. Scopriamo che ha anche una bambina malata terminale di leucemia, quindi quando scopre cosa sta tentando di fare lo supplica di portare con lui la figlia e salvarla da morte certa. Al primo rifiuto, la bimba lo avvicina e gli racconta una storiella che non serve allo scopo di impietosirlo.

Potremmo mandarla a ripetizioni dal bambino che faceva dolcetto o scherzetto per avere un intervento probono di ricostruzione delle orecchie in Grey’s Anatomy, lui è riuscito a impietosire medici, chirurghi e tutto lo staff necessario, compreso il dottor Sloan.

Immagine

(e se si intenerisce la Bailey…)

Ovviamente la riluttanza di Max non servirà a nulla, perché mentre esce dalla casa dell’amica viene rintracciato dal pazzo alle sue calcagna, che non sapendo come ingannare il tempo decide di rapire mamma e figlia. Max nel mentre scopre che il codice nella sua testa è importante da Spider… A proposito, è ovvio che un codice che dovrebbe resettare tutta la stazione spaziale dei ricconi sia comprensibile e riconoscibile a un colpo d’occhio da qualunque buzzurro passi davanti al monitor, no? È un WTF che mi mancava dal terzo film di Harry Potter, quando davanti a una mappa supersegreta e superprotetta qualunque adulto passi in scena sa cos’è, cosa indica e come funzioni. E nessuno si sorprende della cosa!

Siccome dal cielo Jodie ha imposto un blocco su Los Angeles per volo e comunicazioni (ah, OVVIAMENTE il mondo è ridotto al peggior buco di culo dell’universo MA il wifi è disponibile anche per i peggio messi… Ah, la coerenza. E le priorità), Spider non può mantenere il patto in tempo utile per salvare Max, che ha la bella idea di cercare il pazzo furioso che lo insegue per proporgli uno scambio: le informazioni nella sua testa per un passaggio su Elysium. Il tempo stringe, quindi ogni logico senso di colpa/dissidio interiore nel mettersi in combutta con il tizio che ha ucciso il suo migliore amico e che tiene in ostaggio la donna che ama dall’infanzia verrà tagliato per scene più importanti… Mm, per altre scene, va. Per sicurezza, prima d’imbarcarsi Max toglie la sicura di una granata. Non oso commentare l’idea di fare un viaggio nello spazio con un dito premuto per non far esplodere una bomba in una navicella microscopica. E se perde la presa? Idea geniale, il cattivo pazzo si mette la bomba in bocca, così gli esplode la faccia e la nave subisce danni minimi. La granata era tarocca, dunque. Fighissimo l’effetto di distruzione e di ricostruzione della faccia, ma anche lì, possibile che il cervello rimanga funzionale se ti esplode una granata in bocca? *C’è della perplessità in me*

Segue una lunga e abbastanza inutile sequenza d’azione in cui Jodie Foster viene seccata dal suo cane rabbioso – che improvvisamente vuole diventare il padrone dell’universo – Max ammazza il nemico e per riequilibrare il mondo utilizza il codice che ha rubato e fa riprogrammare Elysium da Spider, che l’ha raggiunto con un altro cargo spaziale di quindicesima mano. Jodie, fossi in te mi sarei preoccupata un tantino di più delle difese. O di un sistema di comando un po’ meno attaccabile, qualunque pirla che arriva con un notebook scrauso si collega e reimposta tutto! Finale: Max si sacrifica, improvvisamente orgoglioso di essere un terrestre e non un cittadino di Elysium, la sua amica riesce a salvare la figlia e Spider inverte l’ordine globale: ora Elysium si preoccuperà di curare e soccorrere i terrestri, ignorando ed escludendo i riccastri. Fine.

Sembra anche a voi che la trama faccia acqua da tutte le parti? Gli espedienti degli sceneggiatori sono troppo evidenti, i personaggi sono macchiette molto stupide e molto insensate, e nessuna situazione viene approfondita particolarmente: Max si accorda con l’uomo che dovrebbe odiare di più in tutto l’universo al grido di “Io non ci muoio qui”, dice che la sua amica è tornata (ma non si sa da dove, né si sapeva prima che fosse andata via), il cattivo è un personaggio folle-distruttivo, avrei visto più credibile che desiderasse distruggere Elysium e tutto il resto che aspirare al potere. Il personaggio di Jodie Foster è uno stereotipo ambulante (ma è un po’ la stagione? Anche la bionda in Wolverine era di un’inutilità e di una banalità imbarazzanti, nella sua tutina di latex così anni 90…), degli altri nessuno spicca particolarmente.

La cosa inquietante è l’immagine dell’umanità intera che viene fuori da questo film: abbiamo i ricchi disgustati dal resto della popolazione o dispersi nel regno dei tonti, mentre i “poveri” sembrano alla ricerca di un miglioramento di vita al limite del parossistico. Ma anche i cittadini di Elysium sono dei parassiti, che sfruttano la forza-lavoro lamentandosi dei costi dei magri stipendi che pagano. Non so, per buona parte del film mi sono sentita in testa il discorso dell’agente Smith di Matrix, quando si mette a disquisire sull’errata catalogazione della specie umana nel mondo animale per ridurci al virus, che appesta un territorio, lo impoverisce, lo esaurisce e poi si sposta. Max è pronto a tutto per sopravvivere, va oltre l’istinto, anche se non si capisce esattamente per quale motivo. Ci fanno vedere la suora dell’orfanotrofio che gli predice che è destinato a qualcosa di grande, ma arriva a dei fondi veramente profondi pur di rimanere in vita. Non è un personaggio positivo, e il suo sacrificio sembra un po’ campato lì per lì. In più, il finale totalmente aperto sembra scelto più che altro per non preoccuparsi di tutte le implicazioni che comporta il ribaltamento dell’ordine di Elysium: non è stato un lieto fine, perché avevo la certezza che sarebbe andato tutto a puttane comunque visto il modo in cui è stata dipinta per tutto il film la specie umana.

Ora, grossi buchi narrativi in genere sono perdonati se il film d’azione è spettacolare. Il problema è che Elysium è girato tutto con questo stile (o non-stile) che va di moda da qualche anno e che aborrisce le cineprese con il controllo. Sarà che ero in terza fila, ma a voi piace vedere immagini traballanti che vanno dal grado 3 al 9,2 della scala Richter per quasi due ore di film, comprese scene in cui non sta succedendo nulla e si sta facendo un primo piano?! In genere se l’effetto viene controllato e non abusato non mi dispiace neanche troppo, dipende da quanto è accentuato, ma stavolta è stato davvero da nausea. C’è qualcosa che non va se non riesci a distinguere quale dei personaggi in scena da facendo cosa…

È un peccato perché del regista avevo letto meraviglie e mi aspettavo un bel film, invece tra tecnologie cyberpunk buttate lì e aspetti tecnici e narrativi per niente curati mi ha davvero infastidita. Tra l’altro avevo appena letto una recensione in cui si lodava il montaggio iper moderno.

E questo è il bluff del weekend.