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La desolazione di Smaug (o di Peter Jackson e soci) parte 1

È da domenica sera che penso a come poter dare la mia opinione sulla seconda parte dello Hobbit. È difficile, perché è un film che aspettavo con ansia, e che mi ha deluso profondamente. Sono andata piena di speranze, della serie “Avanti, fate vedere a tutti i pre-detrattori che si sbagliano, che avete fatto di nuovo centro!” (detesto quelli che si mettono in cattedra prima di leggere/vedere/provare qualcosa, ho un pregiudizio contro quelli che hanno dei pregiudizi a quanto pare). Sono andata anche con tredici pazze come me e penso che, tra le aracnofobiche, le sgranocchiatrici di popcorn e quelle sconvolte per ciò che vedevano (o un mix di più cose), ci siamo fatte odiare dal resto del cinema, anche perché eravamo in una saletta microscopica e si sentiva davvero tutto… Vabbeh. XD

Metto l’avviso qui… SPOILER!!! Se non volete rovinarvi la visione…

Tanto per rimanere in tema.

Dunque, il film comincia più o meno dove avevamo lasciato la compagnia dei nani+Hobbit+stregone: in fuga dagli orchi. Il momento di speranza “uuuuuuh, laggiù (ma molto laggiù) si vede la Montagna!” è finito e si è ripreso a correre. E la corsa è la sensazione che predomina più o meno tutto il film: di corsa, bisogna arrivare alla Montagna prima del Dì di Durin… E prima che finiscano anche queste tre ore. Almeno, la sensazione che ne ho avuto io è stata un’accelerazione generale, anche nelle riprese, nei cambi di inquadrature… In tutto. Di corsa che non c’è tempo!

Così Beorn è stato sintetizzato in pochissimo tempo, almeno per la prima parte del suo ruolo nel libro, mentre Gandalf diventa anche più enigmatico e fumoso del solito. In pochissimo arriviamo sul limitare del Bosco Atro, vengono date le indicazioni a Thorin sulle funeste conseguenze che gli sarebbero capitate se avesse perso il sentiero (e affidiamo l’orientamento a lui? LUI, che si è perso nella Contea dove doveva trovare l’unica collina in mezzo alla valle e la casa che ci sta sotto? Vabbeh…), quindi prende e se ne va. Comprensibile, ha Galadriel in conferenza telepatica e un compito importantissimo da svolgere. Pensavate che accompagnare tredici nani e uno Hobbit nelle fauci di un drago fosse importantissimo? Eh, ci sono cose più pressanti.

Indovinate in quanti secondi Thorin perde il sentiero… Se avete detto più di dieci, bel tentativo, ma nope.

Povero Thorin… Proprio non ce la fa. Credo riuscirebbe a perdersi sul sentiero di mattoni gialli del Mago di Oz.

L’aria pesante e greve di Bosco Atro manda ancora di più in confusione i poveri nani, che cominciano a litigare. Ecco, qui mi spiace che sia stata tagliata la parte delle visioni, tipo Elfi immaginari che li attaccano, perché avrebbe collegato le diverse scene. Invece, mentre Bilbo si arrampica in cima agli alberi per capire dove si trovano, i nani vengono catturati dai ragni senza che combattano. Nessun rumore, solo tante ragnatele, semicitando Kili dal primo film. E ci lanciamo in una lunghissima scena di battaglia di Bilbo coi ragni giganti, scena che forse per amore di tutti i fan con la paura di aracnidi e affini si poteva un po’ limitare… Anche perché l’abbiamo già vista, con Samvise e Shelob. È vero che Lo Hobbit e LOTR ripropongono molte situazioni analoghe, eppure vedendo questo film in particolare mi sembrava troppo autoreferenziale…  Per dire, anche Bilbo che continua a tocchignare le ragnatele: ok, è un po’ Tuc anche lui, ma quanti non hanno pensato a Pipino e allo scheletro che ha fatto cadere nel pozzo a Moria? Perché io ci ho pensato TANTISSIMO.

Comunque, ragni a parte, gli elfi arrivano per davvero. Ossia, arrivano Legolas (con delle inquietantissime lenti a contatto azzurro ghiaccio) e Tauriel, più un numero n di elfi a caso che tanto non si vedranno né avranno un ruolo, quindi ignoriamoli pure. E comincia anche il circo elfico, perché nessuno degli elfi in azione farà più di tre passi “normali” di fila. Al che rimango un po’ perplessa: ok che Legolas si è sempre mosso in modo etereo, e che è “leggero” essendo un elfo, tanto che cammina sopra la neve appena caduta, ma in LOTR non fa tutte queste mosse da Assassin’s Creed. E sì che la saga principale temporalmente si svolge sessant’anni dopo allo Hobbit, ma il mio pensiero è stato il seguente:

Ah, non sono più agile come quando avevo 2931 anni!

La cosa che mi è piaciuta di più fin qui è la parte in cui Bilbo si accanisce contro un ragnetto un po’ sfigato per difendere il suo tesssssoro, a dimostrare come l’Anello già stia allungando il suo nero potere (caspita, è nero forte [cit.]). Per il resto, ignorando la scenetta Kili-Tauriel becera (ma di questo parleremo più avanti), gli elfi in malafede catturano i nani e li portano al cospetto di Re Thranduil. E qui accadono cose strane, tra le quali la faccia rifatta del re è quella meno inquietante.

1. Il gratuitissimo fanservice del colloquio da Re a Re, con Thranduil che, citando Jane Porter, non ha alcun rispetto dell’altrui fisicità e degli spazi personali. Anche qui, flash brillano nella mia mente e nope nope nope nope nope.

Nope nope nope nope nope nope nope nope nope nope

Thorin risolve più o meno come Leonidas in questo colloquio, ossia mandando a quel paese Re Thranduil (e si vanta pure della cosa con Balin, che, povero, scuote la testa ormai vicino all’esaurimento nervoso… esaurimento a cui si può imputare secondo me il suo desiderio di cacciarsi in un’altra miniera mortale dopo essere a fatica scampato a Erebor, ma C’È TEMPO per tutto ciò), il che allontana il flash inquietante da me, se non per piombare in qualcosa di ancora peggiore.

2. Il rapporto Legolas-Tauriel. E lo strano modo di impicciarsi di papà Thranduil, sintetizzabile in: “Oh ciccia, mio figlio ha una cotta per te. Guai se gli dai speranze a cui non potrai adempiere.”
Uscita infelice a cui segue un discorso surreale tra lui e Tauriel e che mette, a mio avviso, parecchio della caratterizzazione del personaggio in dubbio. Tauriel infatti è una pischella, per l’età degli elfi (Legolas come abbiamo detto dovrebbe avere 2931 anni ed è nella fase adolescente ribbbbelle, per capirci), eppure è a capo della Guardia reale di Bosco Atro. Legolas ci dice che il Re l’ha “favorita” e che quindi lei farebbe meglio a non sfidarlo, quindi ci viene da pensare, almeno a me, che Tauriel sia lì più per simpatia che per meriti effettivi, malgrado tutti i salti mortali inutili che riesce a fare in un combattimento. Però Thranduil la smerda subito ammettendo che non la reputa minimamente degna di sposare suo figlio. A che scopo, dunque, l’ha favorita? Temo un passato da triste orfanella in serbo per noi, per cui non approfondirò l’argomento. Forse per svelare il triangolo-no di questo film L’affermazione di papà Thrandy infatti ci viene subito confermata da Legolas e le strambe turbe di gelosia per un nano.
Il colloquio tra re e l’indegno elfo silvano inoltre dimostra un rapporto padre-figlio un po’ strano, o forse richiama un po’ troppo le scene in cui Elrond diffida Aragorn dal provarci con sua figlia… Solo che in questo caso capisco che Elrond parli “all’uomo” (non prendetemi per anti-femminista, ma parliamo di un mondo molto medievaleggiante e maschilista, per cui contestualizzato ci sta) e comunque poi si concentra sulla sua creatura per impedire un matrimonio a suo dire infausto… Preoccupato però dal fatto che Aragorn, per quanto longevo, è un essere mortale, e che Arwen rischia di vivere per l’eternità nel lutto e nel dolore. Capiamo questo padre. Non si capisce invece Thranduil, perché il senso è: “Oh tu, indegna plebea che IO ho innalzato a un rango superiore, non farla annusare troppo a mio figlio, che non vorrei si facesse idee sbagliate.” A meno che lui e Elrond pianificassero matrimoni in gran segreto tra i rispettivi rampolli… Mah.

Legolas, lascia stare che papà non è d’accordo

3. Di conseguenza, diffidata dal ronzare troppo intorno al principe, Tauriel si butta in discussioni stucchevoli con Kili, in gabbia sugli astri e la bellezza e le mamme… Kili mi sembra un po’ italiano mammone, ma sorvoliamo. Anche qui, scenetta abbastanza inutile di novelli amanti sfigati (che poi suvvia, non puoi essere educato per centinaia di anni a disprezzarti reciprocamente e poi cascare così dal pero. Qui non si parla solo di razze diverse con diverse speranze di vita e aspirazioni come per Aragorn e Arwen, si parla di razze che portano avanti una faida millenaria. Non si può!)

Fortunatamente arriva Bilbo, che è scampato alla cattura, e riesce a liberare in maniera rocambolesca i nani; per inciso, nani, prima si scappa e poi si festeggia. Funziona meglio in genere! La compagnia scappa giù per il fiume nei barili in maniera rocambolesca, inseguita prima dagli elfi e poi dagli orchi. La corrente è così forte che Thorin si confonde e salva la vita a Legolas – credo si sia fustigato poi per qualche ora – e la scena è luuuuuunga. I nani riescono a fuggire, anche se Kili è rimasto ferito, e i nostri due elfetti riescono a catturare un orco perché venga interrogato dal re.

Tra la compagnia e la Montagna rimangono un lago e il problema di attraversarlo, problema risolto prontamente da Bard, mentre gli elfi tornano alla reggia. Thranduil interroga il prigioniero col trucco più vecchio del mondo, “dimmi quello che sai e ti salverò la vita” (e Legolas ci casca pure… Ma COME, figliolo mio, COME!) e decide di estraniarsi una volta di più dai problemi della Terra di Mezzo, ordinando di serrare i cancelli di Bosco Atro. Legolas fa per eseguire l’ordine, ma scopre che Tauriel è scappata senza dire niente a nessuno per inseguire i nani, sconvolta alla notizia che la freccia che ha colpito Kili era in realtà avvelenata. La freccia viene definita morgul, ma è un po’ una minchiata. La lama morgul è quella con cui lo stregone di Angmar ferisce Frodo nella Compagnia dell’Anello, per capirci, ed è quella trovata da Radagast nel primo Hobbit. La freccia potrebbe essere semplicemente avvelenata e il dramma sarebbe lo stesso, ma non richiamerebbe così smaccatamente la situazione di LOTR (piccolo essere avvelenato viene salvato dalla grazia di un elfo femmina), ma ci arriveremo anche lì. Ad ogni modo, Legolas decide di inseguire Tauriel e i due prendono la via per Pontelagolungo. Molto astuto il capitano della guardia del re, il cui compito dovrebbe essere difendere la famiglia reale, a trascinare nel pericolo il principe che dovrebbe proteggere, neh? E non avete ancora visto niente.

Ma per oggi mi fermerei qui.

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Il quinto (scricchiolante) potere

Ieri, in quest’uggia che sembra non finire mai, sono andata con la mia migliore amica a vedere l’ultimo film del Cumbercoso (sono stufa di cercare ogni volta il cognome perché non mi ricordo mai come si scrive, tanto avete capito) su una delle storie più controverse degli ultimi anni: Wikileaks e Julian Assange.

Premesso che la mia sensazione di partenza, che mi è rimasta anche dopo la visione, è che la “storia” in questione è troppo recente e calda ancora per passare già a un film, tanto più con un taglio molto “polveroso” per una pellicola che dovrebbe parlare di Internet. Abbiamo la storia dal momento in cui Assange, tolto un primo flashforward che ci anticipa il finale del film, conosce e “recluta” Daniel Berg, coinvolgendolo nel suo progetto di Wikileaks: abbiamo il primo periodo idilliaco, i successi, i primi dubbi, e la parabola in discesa che porta all’evento per cui i due protagonisti si separeranno, la pubblicazione di un pacco immane di documenti riservati militari e diplomatici che potenzialmente metterebbero moltissime fonti dell’intelligence americana in pericolo di vita. Man mano che la grossa vicenda prende corpo, il dio Assange, come fin nel film viene definito, rivela i suoi piedi di argilla, le debolezze, la mania del controllo, la diffamazione del suo ex-amico, fino alla sua inibizione nel ricevere nuove storie da pubblicare.

Lo trovo un film difficile da giudicare perché è un film che non riesce a rimanere neutro: il ritratto di Assange è brutale, l’interpretazione su ciò che ha fatto data dal regista e dalla sceneggiatura. Il ragazzo scappato da una comunità settaria che sembra però portarsi dietro e che utilizza gli stessi mezzi manipolatori per convincere gli altri a collaborare con lui, inventando pacchi di volontari e collaboratori per far apparire l’organizzazione più grande e più affermata di quello che è anche alle persone direttamente coinvolte, difende le regole che si è dato senza tenere conto dei costi, brucia qualunque opzione che non venga da lui stesso. “Le persone hanno delle opinioni”, frase brutale e incomprensibile da parte di un uomo che vuole la libertà assoluta d’informazione per il mondo.

Tuttavia, questa è la cosa che più mi ha dato fastidio nel film: nel ricostruire un personaggio che pretende di ripubblicare ogni file ricevuto integralmente, così da non contribuire a formare opinioni nei lettori (dando invece loro l’opportunità di formarsele da soli), il regista dà invece una chiara lettura dei protagonisti e decide per il pubblico chi è buono e chi no. Assange, specie nella parte conclusiva, è un gelido stronzo insensibile e incapace di ascoltare un qualunque consiglio per quanto di buon senso, è uno che per non tradire i propri principi – applicati in maniera diversa a seconda di chi è in ballo in uno specifico momento, specifichiamo – è pronto a mettere in pericolo migliaia di persone (scagionandosi poi in maniera a dire poco tendenziosa: nel senso, è ovvio che non avrai mai una prova “certa” che una gola profonda degli USA è stata uccisa proprio perché un regime nemico ha letto determinati dati sul suo sito, dovresti chiedere a loro o avere un modo per tracciare i visitatori del sito…), al punto che gli altri devono bruciargli il sito in modo da fermarlo. Non puoi “salvarlo”, non c’è proprio modo di salvarlo. Certo, l’ispirazione sono due libri non a favore di Assange, tutt’altro, ma col passaggio al film mi sarei aspettata uno sguardo più neutro e più aperto sull’argomento.

L’altra questione che mi ha lasciata molto perplessa è il discorsetto buonista e da salvatore del mondo fatto da Remus Lupin Thewlis (in veste di giornalista del Guardian che subito esalta Assange e che poi si rende conto di aver contribuito a creare una sorta di Frankestein dell’informazione) sull’importanza di fare giornalismo buono e di contribuire a far partire delle rivoluzioni. È un discorso che ho trovato molto ipocrita, considerando quanto tante notizie vengono ignorate normalmente proprio sui paesi in rivoluzione o in guerra in Africa, ad esempio, ma anche nei conflitti in Medio Oriente anche cominciati dagli occidentali. Quanti giorni sono che non sentite parlare della Siria, per dire? O dell’Egitto, hanno più parlato dell’Egitto, dopo la mega strage di qualche mese fa?
Il giornalismo d’inchiesta è costoso, come dicono più volte nel film, ma è anche ignorato perché alla fine non vende: siamo mediamente molto più interessati a sapere se dopo sedici anni hanno la precisa perfetta sequenza dei fatti che hanno causato la morte di Lady D ai conflitti e alle rivoluzioni che disegneranno il mondo di domani, non raccontiamoci palle. O, tornando alle nostre questioni interne, quanto spazio viene sprecato da tg e giornali per “Berlusconi, si vota domani, sì, no, scoperto, segreto, forse, no si rimanda” e un’infinita sequela di aggiornamenti che alla fine non sono neanche notizie, perché siamo sempre nello stesso schifoso stallo da mesi e mesi (per non dire anni, ma poi mi deprimo). E ora improvvisamente i media tradizionali vogliono contribuire a fare le rivoluzioni! Signor Lupin, non ce la racconta giusta.

Per finire… Ma il signor regista ha mai aperto internet? XD
No, così… Mi è sembrato l’ennesimo film su Internet “vecchio”, poco consapevole di cosa si parla, in cerca più di soluzioni visive che possano spiegare un protagonista virtuale come la rete (un ufficio che ammicca agli anni ’50) che a rappresentare effettivamente le potenzialità di Internet, di Wikileaks, e di un’informazione senza (o quasi) filtri. Mi è sembrata la solita rappresentazione “internet sembra il paese dei balocchi ma alla fine hai bisogno dei media tradizionali, perché solo loro sono portatori di verità e autorevolezza”. Che è un po’ vecchio, eh.

Dunque, per tirare le somme: un grande cast pieno di volti noti e bravissimi (tolti il Cumby e Brühl, ci sono Stanley Tucci, il già citato Thewlis, Laura Linney, il cugino Matthew di Downton Abbey – ciao pirlone, complimenti per l’ennesimo progetto così e così dopo aver piantato per strada DA ^^ – e Melisande di Game of Thrones – sei splendida anche bruna e ti odio per questo), che però non sono sufficienti a tirare su una sceneggiatura debole e di parte e una regia polverosa.

Una nota sulla mia personale visione: mi auguro per voi di non beccare accanite fan dl Cumby che passeranno l’intervallo a lamentarsi di come sia ingiusto che il Cumby sia doppiato perché la voce non gli rende giustizia (falsissimo, tra l’altro, il doppiatore contribuisce a rendere molto bene l’ambiguità e le tendenze manipolatrici del personaggio), a emanare ormoni su quanto sia bello (vi prego, poi, affascinante, ma bello NO) e su quanto sia bravo e quanto sia figo il suo ruolo. Momenti in cui vorrei una bomba sul fandom XD