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Modelli femminili e Disney (e gente becera sui social)

Mi hanno linkato un post un po’ inquietante dell’ennesima associazione che si definisce femminista in maniera becera e imbarazzante, quando porta avanti soltanto il modello di misandria, perché l’uomo è brutto e cattivo e rovina la purezza e la perfezione del mondo delle donne. Tra l’altro per giustificare un film banale, noioso e con degli immensi buchi di trama come Maleficent. Parentesi, io mi considero femminista se si parla di raggiungere la vera parità tra i sessi, ma prendo ampia distanza da questi atteggiamenti discutibili – se si vuole essere gentili.

Sul serio, avrei trovato molto più femminista se Malefica avesse voluto il potere e la sconfitta dei mortali perché le andava di farlo e basta, che per una trovata banale come quella che è stata adottata, ossia il tradimento dell’amato.

E la cosa poi ha portato a Frozen, che un sacco di gente ha salutato come “la svolta Disney” nel rappresentare eroine che si parano il culo da sole e non hanno bisogno del principe azzurro per uscire dai guai. Pocahontas e Mulan stanno agitando la manina per richiamare l’attenzione da qualche mese, ma poco importa, perché l’ultimo classico è stato caricato di valori enormi per spiegare quanto fosse bello e speciale. Che ehi, se diceste “mi sono intrippata per le canzoni e il vestito figo di Elsa” sareste più credibili e nessuno vi giudicherebbe, ma pace.

Ci pensavo stamattina e proprio io non riesco a trovare veramente positive nessuna delle due protagoniste di questo film: da un lato Elsa, che avvinta dalle sue paure butta alle ortiche regno, famiglia e responsabilità per chiudersi egoisticamente nel suo castello di ghiaccio; dall’altro Anna, che molla il regno nelle mani del primo sconosciuto che passa per andare a cercare la sorella convinta di poter risolvere tutto con tarallucci e vino, certa che l’amore possa risolvere ogni problema con un’ingenuità fastidiosa. Oddio, vero che avere vicino l’amore dei propri cari aiuta, ma non è certo in maniera così becera che i problemi si risolvono: Anna si aggrappa in maniera così puerile all’idea di amore che è pronta a sposarsi totalmente a caso, cosa che le fanno notare sia la sorella che Christoff. Notate che Elsa viene citata spesso sui social perché smonta l’idea di amore a prima vista, ma l’uomo del ghiaccio non se lo fila nessuno, nonostante faccia la stessa identica obiezione.
Nel frattempo suggerirei al popolo di Arendelle un bel colpo di stato per trovare dei governanti un filo più assennati, ma pazienza.

Vorrei invece citare un film che secondo me non si è filata tanta gente, nonostante sia uscito in mezzo ai due classici con le principesse: Ralph Spaccatutto. A parte che temo che un sacco di bambine non lo abbiano visto perché parla di videogiochi, mondo ancora considerato spesso esclusivamente dei maschietti (mentre le femmine dovrebbero concentrarsi sui giochini stile Cats&Dogs o Magico mondo del vattelapesca stile Sims ma senza possibilità di far fare sesso ai personaggi), ma lì si nasconde la vera principessa di rottura della Disney. Così di rottura che dopo essersi fissata per un attimo il vestito d’ordinanza se ne libera dicendo di non riconoscersi nello stereotipo e tornando ai suoi vestiti sportivi: Vanellope Von Schweetz.

Vanellope è una principessa molto sui generis: è la sovrana di Sugar Rush, un videogioco zuccheroso come Candy Crush con le corse pazze di Crash Team Racing. Il suo ruolo regale tuttavia viene scoperto solo alla fine, quando il suo gioco viene resettato. Vanellope infatti si presenta come una ragazzina emarginata e scacciata dalla sua comunità in quanto “errore di programmazione”; la sua capacità di scombinarsi in codice, o “glitchare”, legata alla sua emotività, la rende diversa, e di conseguenza pericolosa. Le è impedito di correre e viene presa in giro e umiliata in ogni situazione, tanto che vive da sola in mezzo a una discarica. Tuttavia, Vanellope è molto più positiva e propositiva di Elsa: sfrutta al volo l’occasione di dimostrare quanto vale usando la medaglia di Ralph per iscriversi alla gara, stringe un patto con lui per riuscire a crearsi un go-kart degno di questo nome e s’impegna al massimo per dimostrare di non essere un errore, di avere un senso. Mentre Ralph si commisera, lei rimane ostinatamente ironica e ottimista, e pure essendo terribilmente petulante non perde mai la speranza.

Quando finalmente il gioco viene messo a posto e si scopre la sua vera identità, Vanellope sfida la sua stessa programmazione sfilandosi il vestito canonico e continuando a usare il potere di glitch, che ha finalmente imparato a controllare, ma non rinuncia alle sue responsabilità: non si sente una principessa imposta dal programma del gioco, ma tuttavia si propone come leader agli altri personaggi, chiedendo la loro approvazione.

Vanellope si libera dal vestito improponibile glitchando

Non lo so, per me Vanellope, pur essendo molto fastidiosa, appare come personaggio assai più positivo di Elsa. Anche se hanno molti punti in comune, la piccola pilota rimane molto più solida e convinta di se stessa, e riesce a far cambiare anche Ralph con la sua solare determinazione; anzi, lei è stata davvero respinta ed emarginata per la sua diversità, e tuttavia non sfugge al suo dovere quando se ne presenta l’occasione, una volta che il gioco è stato sistemato.

Magari questo film sembra meno “da bimbe” perché non ci sono canzoni, o perché si parla di videogiochi, ma secondo me è un esempio molto più calzante di Frozen per positività della protagonista femminile. O se proprio non vogliamo contare questa tipetta petulante, mi sembra comunque più moderna Tiana, che sconfigge l’uomo ombra rompendo il suo incantesimo, si fa un mazzo notevole per raggiungere i propri sogni con le sue forze e riesce a insegnare a Naveen il valore del lavoro e dell’impegno. Non lo so, Elsa così impegnata nel suo dramma personale e Anna tanto ingenua proprio non mi convincono.
Voi che ne pensate?

Pubblicato in: libri, Passioni

Dieta letteraria

Ho deciso di partecipare su Goodreads a una sfida che vuole imitare il signor Fogg, in un certo senso, e fare il Giro del mondo in 80 libri, ideata sul gruppo della Stamberga dei lettori… anche se al momento ci si è un po’ arenati per carenza di autori da paesi più particolari dei soliti mainstream. In effetti ci sono paesi dei quali è anche solo difficile pensare a una letteratura nazionale, per la loro storia e la distruzione che hanno conosciuto, altri di cui probabilmente non sappiamo quasi niente per carenza di traduzioni arrivate in occidente. Per dire, mi viene difficile pensare a un autore coreano che non abbia a che fare coi manwa (anche se non sono i miei preferiti), e lo stesso per molti altri paesi orientali. Mi consola il fatto di vedere che non sono la sola, tanto che sul gruppo molti hanno aggiunto Marguerite Duras per contare nella propria lista il Vietnam, nonostante questa autrice scriva in francese e tale sia considerata. A parte la devastante solita carica competitiva che mi ha preso (devo lavorare anche su questo, sigh), questa iniziativa mi ha fatto pensare alla mia dieta letteraria.

Si parla fin troppo spesso di dieta mediatica – o almeno, io tra il mio campo di studi e il settore in cui mi auguro di trovare presto un impiego ne sento discutere fin troppo spesso – però mi ha incuriosito scorrere il mio scaffale immaginario sui social per capire come esattamente si ripartisse da un punto di vista geografico/culturale. A proposito, se siete su Goodreads sono anche lì Rowizyx, se volete aggiungermi.

Scorrendo un po’, direi che la mia libreria non si discosta molto da quello che normalmente viene proposto negli store italiani:

  • molta narrativa britannica, americana e italiana (per lo più contemporanea con un po’ di recupero dei classici letti per lo più ancora ai tempi della scuola, o per l’università)
  • narrativa francese, qui più classici che contemporanei per la mia passione dei grandi romanzi ottocenteschi a puntate (il mio rapporto di odio/amore con Hugo è un must)
  • narrativa giapponese – non conto i manga qui perché sennò ci sarebbe un ribaltone epico – dove Murakami la fa da padrone indiscusso; continuo a trovare ostico Mishima e devo iniziare Ōe, che è già sul mio scaffale in attesa.
  • narrativa europea random: poca, per lo più nordica e tedesca. Non ho mai iniziato gli autori della grande letteratura russa perché per anni ho detestato chi li leggeva per darsi un tono e non volevo esservi accomunata, anche sarebbe l’ora di cominciare.
  • narrativa indiana e cinese, che metto insieme in quanto minoranza, per lo più indiana con i grossi tomi di Mo Yan in aggiunta. Abbiamo un conto aperto, io e Mo Yan. Molto aperto.
  • narrativa sudamericana: il Cile qui la fa da padrone, inutile a dirsi. Fin da ragazzina ho amato Allende e Sepulveda, e nella mia libreria ci sono moltissimi dei loro lavori. Diciamo che da loro comprerei/leggerei veramente di tutto, e non è un mistero. Di recente ho cominciato un giretto in Argentina (complice la malsana passione per i dittatori argentini e le loro mogli platinate che presto o tardi prende tutti gli amanti dei musical di Andrew Lloyd Webber), e vorrei sfruttare i mondiali per conoscere meglio la letteratura brasiliana.

Sono quindi molto occidentalizzata, anche se amo gli autori considerati inglesi o americani per formazione e lingua in cui si esprimono ma che parlano dei loro paesi d’origine come Ishiguro, o in generale romanzi che parlano di luoghi esotici e culture diverse cercando di mettere da parte il taglio “coloniale” con cui di norma gli occidentali si rivolgono a stili di vita diversi. Per finire il giro del mondo in 80 libri, però, ho intenzione di andare in cerca di autori africani, perché ho scoperto che esistono più traduzioni di quello che si pensa, anche se magari sono poco conosciute, e sono curiosa di vedere l’Africa dal punto di vista di chi l’ha vissuta o la vive tuttora. Mi lascerò colonizzare, dunque, in cerca di visioni del mondo assai diverse dalla mia. Che è sempre una scoperta affascinante, con gli autori giusti.

E voi? Cosa leggete di più? Avete mai fatto caso a come si dividono i libri per continente sul vostro scaffale? Com’è la vostra dieta letteraria, mangiate etnico o siete più riluttante ai gusti diversi, magari speziati o con ingredienti che non conoscete?

Pubblicato in: Passioni, Qualcosa di me

Riabilitazione di una lettrice assuefatta #1

Ci sono dei giorni in cui mi faccio parecchio ridere da sola, in libreria o in biblioteca, per cui potrebbe essere carino fare una rubrica sui miei episodi peggiori e, chissà, provare a disintossicarmi un pochino. Non dai libri, ma dal bisogno di essere circondata dai libri in maniera irrazionale.

Sono assuefatta ai libri, non c’è niente da fare. Mi faccio distrarre da copertine, titoli, faccio dei fantastici piani di lettura che vanno a farsi benedire alla velocità della luce ogni volta che metto piede di nuovo in libreria. Mi prendono i periodi di fissa per cui improvvisamente DEVO leggere tutto quello che è stato scritto su un argomento che improvvisamente mi interessa (o un ritorno di fiamma), a prescindere da quanta roba sia già in attesa sul comodino. La mia peggiore tendenza però, in questo periodo, sono i prestiti incrociati. Intanto, io mi servo principalmente da DUE biblioteche, perché una non è abbastanza:

  1. la bibliotechina di paese vicino a casa mia, dove mi sopportano conoscono dall’infanzia e sono disponibili a richiedermi le cose più improponibili in giro per la regione o col prestito per Bibliobus o per posta direttamente (ultimo recupero: la biografia di Clay Regazzoni);
  2. la biblioteca universitaria (non di facoltà, quella dove gli studenti si picchiano giorno per giorno per trovare un posto con le prese della corrente e la luce… in periodo esami può essere necessario fare anche più di mezzora di coda fuori prima dell’apertura, per riuscire a prendere un posto numerato), che è grande, centrale e con un catalogo ovviamente molto più ampio.

Sono assuefatta a entrambi i posti anche per due motivi da collezionatrice compulsiva: nella prima non mi rompono tanto le scatole sul numero dei prestiti in contemporanea e sui ritardi. La seconda permette fino a CINQUE prestiti in contemporanea ma anche sfalsati, con giorni di rientro diversi, e gestibili tutti singolarmente.

Il che vuol dire che molto rapidamente si creano delle infinite pile di libri da leggere con le ansie delle scadenze, perché se nella prima non mi puniscono per i ritardi, la seconda prevede di bloccare la tessera della biblioteca per tanti giorni quanti si è tardato a restituire i libri. Il che è sempre molto frustrante, perché io proprio ho difficoltà fisiche a uscire da una biblioteca senza neanche un libro in prestito. Il che mi porta a pregare amiche perché si carichino le mie nuove dosi scoperte sulle rispettive tessere se sono in compagnia, o a uggiolare disperata se sono da sola. Ma sto cercando di migliorare.

Al momento dalla bibliotechina ho in prestito “Non buttiamoci giù” di Nick Hornby (l’idea era leggerlo prima di vedere il film uscito di recente, poi era fuori in prestito e ho letto critiche pessime dell’adattamento ed è slittato… nel frattempo ho letto “About a boy” dello stesso autore, che mi è piaciuto un casino, e ora sono curiosa di leggere questo), in attesa ancora da cominciare perché, SIGH, dalla bibliotecona ho un libro di Mo Yan, “Grande seno, fianchi larghi”, che mi sta sfiancando da più di un mese ma che ho deciso che finirò ugualmente sperando che il protagonista muoia malissimo, ma proprio male male male, possibilmente in un modo stupido e con un Nelson Muntz cinese che rida di lui in scena. So che molto probabilmente questa era l’intenzione dell’autore, ma mi sta rendendo davvero difficile la lettura.

Ma, ma, MA! L’altro giorno mi sono impedita di prendere altri libri in prestito prima di aver finito questo mattone, il che è un segno importante per una drogata di libri come me.

Ciao, sono un’acida lettrice/accumulatrice di libri compulsiva che cerca di disintossicarsi.