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Il mio grosso problema con i romanzi di Philippa Gregory

Ci ho provato. Ho letto The White Queen e sono rimasta molto perplessa. Non me la sono sentita di leggere un romanzo tutto dal POV di Margaret Beaufort e allora ho provato coi Tudor, e ho letto Caterina, la prima moglie. E la mia perplessità è aumentata.

Dunque, partiamo dal principio. Ho sempre un po’ snobbato questi romanzi perché dai titoli non mi ispiravano molto, devo ammetterlo, e in più i Tudor sono davvero un tema abusato e riabusato da chiunque. Ero molto scettica. Poi ho beccato la serie tv su Sky e malgrado la protagonista mi è piaciuta molto, soprattutto per il tono corale dell’adattamento e dei personaggi minori. Elizabeth non la sopporto proprio. Si ringrazia in particolar modo per la scoperta di questa faccia

che si spera di vedere in televisione e al cinema il più spesso possibile d’ora in poi. Si chiama Aneurin Barnard e interpreta Riccardo di Gloucester aka Riccardo III. Shakespeare e Moro avrebbero probabilmente da ridire, ma a noi piace così.

Comunque, ispirata dalla serie tv mi sono decisa a dare una chance anche ai romanzi, con la speranza di trovarli anche migliori della serie, considerando che in genere gli adattamenti devono sacrificare qualcosa rispetto alle opere originali. E qui la delusione. La regina della rosa bianca o The White Queen, se si preferisce il titolo originale, è un romanzo abbastanza inutile, secondo me. Innanzi tutto, non ho capito il progetto editoriale alla base: una serie di sei dove si va indietro nel tempo per i primi tre romanzi, poi si torna la tempo 0 del primo e si prosegue. Solo a me sembra un po’ assurdo?

1. Elizabeth Woodville, la regina bianca, narra dal suo incontro con il futuro marito re Edoardo IV alla sconfitta di Riccardo III
2. Margaret Beaufort, madre del futuro Enrico VII, racconta della sua lotta per mettere il figlio sul trono d’Inghilterra (teoricamente è già in scena prima di Elizabeth)
3. Jacquetta di Lussemburgo, madre di Elizabeth, copre un periodo precedente e s’interrompe il giorno in cui Elizabeth incontra il Re.
4. Anna Neville: la figlia del Creatore di Re narra la sua adolescenza da pedina politica nelle mani del padre (sposa il figlio di Margherita d’Angiò, l’erede Lancaster) e il secondo matrimonio con Riccardo di Gloucester. Muore più o meno a tre quarti del primo romanzo, potremmo dire.
5. Elizabeth di York, figlia dell’altra Elizabeth, futura regina di Enrico VII e madre di Enrico VIII
6. Ancora non uscito, l’ultimo romanzo della serie dovrebbe concentrarsi su Margaret Pole, cugina di quest’ultima Elizabeth e già apparsa ne “Caterina la prima moglie” come personaggio secondario.

Mi sono fermata al primo per diversi motivi. Non capisco molto bene il senso di pubblicazione di quest’opera, anche se vedendo la serie dei Tudor mi sono accorta che l’ordine cronologico lì è ancora meno rispettato. Avrei inoltre preferito un racconto più corale, come ha fatto invece la serie, con i punti di vista intrecciati come avviene per i romanzi di Martin, ad esempio, perché queste donne affrontano una vita abbastanza da recluse, anche se sono regine: almeno tre quarti degli avvenimenti riportati nel primo romanzo sono riportati per sentito dire da Elizabeth, ad esempio, ed è fastidioso pensare di dover aspettare un quarto romanzo per avere la versione più diretta di quello stesso evento. Elizabeth in più mi è parsa molto debole come personaggio narrante: passa dalla totale ingenuità alla pretesa di fare la comandante in capo più volte, a momenti alterni, in maniera poco credibile. L’elemento della magia… Mboh, mi da la sensazione che l’autrice dovesse rendere in qualche modo più attiva la sua protagonista e abbia avvallato le accuse di stregoneria.

Perché il problema del mondo dei Tudor e della Guerra delle Rose è che le donne sono quasi sempre in disparte, in questo mondo di uomini. Paradossalmente, dei personaggi citati quella che è più attiva alla fine è la fanatica religiosa Beaufort, che una volta Regina Madre tira davvero i fili di una nazione con la sua influenza sul figlio. Elizabeth organizza matrimoni e procrea a raffica, molto meno accattivante come personaggio senza la magia.

Il tentativo di rendere più attive e le protagoniste di questi romanzi si rivede anche in Caterina, dove la protagonista porta avanti la sua bugia sul matrimonio non consumato per amore di Arturo, per cercare di costruire la SUA visione dell’Inghilterra anche sposando un altro uomo. La cosa che mi è spiaciuta di più è che se le donne di questi libri vogliono prendersi la corona, è sempre per amore di un uomo: Elizabeth lotta per i suoi figli, Caterina per la memoria del primo marito. Perfino Caterina, che sta per tre quarti del libro a ripetere “Io sono la figlia di Isabella di Castiglia, io sono la principessa del Galles, sono una principessa spagnola” (quasi si ringrazia che i suoi titoli da nubile finissero lì) alla fine non vuole la corona per se stessa, ma per realizzare i desideri dei genitori prima e la promessa fatta al marito morente dopo. Cosa c’è, una donna che lotta per il potere perché vuole il potere per se stessa fa brutto? Onestamente, avrei preferito vedere un personaggio talmente abituato a pensarsi sovrano (in fondo Caterina è stata educata a tale scopo fin dalla culla, era già promessa al futuro re d’Inghilterra a tre anni) che rifiuta di rinunciare a questo piano solo perché l’inutile marito crepa giovane. Sarebbe stata più stronza, forse, ma l’avrei capita e stimata di più.

Inoltre il piano “malvagio” di Caterina e Arturo, una licenza poetica dell’autrice visto che la questione sul matrimonio consumato o meno non è ancora chiusa, non ci sono prove certe, è assai fantascientifico. La Gregory si vanta spesso dell’assoluta aderenza storica delle sue opere, però si prende delle licenze non da ridere per infiocchettare meglio le motivazioni delle sue protagoniste. A volte cambia dettagli senza senso (come in The White Queen: la cognata della regina Isabella Neville è obbligata a salire a bordo di una nave nonostante stia per entrare in travaglio e partorisce una figlia morta durante una tempesta in mare aperto. Perché nel libro questa bambina è diventata un maschio?!), senza neanche uno scopo particolare ai fini della trama.

Sicuramente parlare di figure femminili in un mondo dove avevano ben pochi diritti, anche se di sangue reale, è un’impresa molto difficile, però non mi convincono per come sono stati dipinti in questi due romanzi. C’è un tale bisogno di convincere i lettori che sono personaggi fighi che davvero, ogni due per tre le narratrici si ripetono la loro figa discendenza (addirittura sovrannaturale per Elizabeth), ma a me almeno la cosa ha dato molto fastidio. Nessuno dei due mi invoglia a continuare la lettura delle rispettive “serie” (ma non potremmo chiamarle raccolte sul tema?), perciò  mi sa che mi riguarderò la serie e sarò contenta così.

Intanto ho Wolf Hall sullo scaffale che aspetta, con la biografia di Elisabetta I, e sto facendo anche un pensierino su Il Giullare del re. Qualcun altro ha una passione per i romanzi storici di questo periodo? Quali sono i vostri preferiti?

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Degli aspiranti scrittori

La tesi mi ha completamente risucchiata, anche se ancora continuo ad avere pezzi da mettere qua e là ma non si vede il filo logico di quello che vorrei mettere insieme. Andiamo bene.

Ieri pomeriggio però un’amica mi ha passato il link al sito degli Esclusi da Masterpiece, e ho fatto un giretto. Io ho deciso di non vedere Masterpiece. Mi lascia molto perplessa l’idea di scegliere un romanzo da pubblicare attraverso un format del genere, è sicuramente una sfida inedita ma mi sembra un metodo per creare interesse intorno al fantomatico autore che vincerà la possibilità di pubblicare, in modo da assicurarsi un tot di vendite notevole per un esordiente. È sempre un gran dramma, lanciare un emerito sconosciuto: richiede una cifra alta da parte dell’editore per creare attenzione intorno al romanzo, per pubblicizzarlo, per riservargli un po’ di visibilità sugli scaffali delle librerie… E se poi non va? Eh, devi confrontarti con investimenti a fondo perduto. Credo che gli editori si sognino di notte i camion della distribuzione che riportano indietro le copie degli esordienti invenduti, in particolare in un momento di crisi come questo.

Il passaggio in televisione sicuramente offre visibilità e attesa. Ho letto che molti sostengono che i romanzi finalisti siano stati scelti non per meriti letterari ma per le storie personali degli autori, definiti su internet “casi umani”. Eh beh, gente, anche quello vende. Il “caso” (umano o meno) del personaggio-autore contribuisce a pompare il caso letterario, non sorprendiamoci dell’ovvio. Leggo molto divertita i commenti su facebook di qualche amica che guarda il programma e si sorprende di quanto sia trash.

Così, apro il link… Momento, faccio una parentesi.

Io sono di quei lettori che ormai non si fidano più delle quarte, che saltano spesso i banchi novità in libreria, che brucerebbero le fascette che millantano premi fantomatici, paragoni troppo ingombranti (quanti nuovi Harry Potter o Nome della rosa avete mai incrociato in libreria?), recensioni internazionali improponibili, o quaranta edizioni in sei mesi. Nell’ultimo caso mi metto anche a ridere facendo i conti su quante centinaia di volumi debbano costituire la singola edizione, per arrivare alla quarantesima in meno di un anno. Sono cinica, scettica e sfiduciata. Mi annoiano le promesse sensazionalistiche delle pseudotrame, non leggo le recensioni ufficiali, che sempre più spesso mi sembrano riprese più o meno fedeli dei comunicati stampa ufficiali mandati dalle case editrici.
Nonostante tutto questo, leggo tantissimo. Mi affido principalmente a nomi che conosco, al passaparola delle amiche avide lettrici quanto me e ai social Goodreads e Anobii, leggendo le recensioni degli utenti, o ai blogger con cui mi sento in sintonia. Come se non bastasse il mio scetticismo di lettrice, ho lavorato un po’ come redattrice, anche se oggi sono più indirizzata verso la grafica editoriale, e in particolare per il primo periodo leggevo i romanzi in entrata e li commentavo per valutare se fare una proposta per l’inserimento nelle collane della casa editrice. Mi sono fatta subito conoscere come acida e inflessibile, nomea che ho consolidato con quasi un decennio di lettura e scrittura nel mondo delle fanfictions. Non schifate le fanfictions, è un mondo variegato e variopinto dove, con un po’ di buona volontà e lo stomaco forte, si possono trovare dei veri e propri gioielli. Cito la mia esperienza non per tirarmela da esperta, ma solo per dire che dopo mesi e mesi di mamme e maestre che ti mandano raccolte di filastrocche più o meno tutte analoghe tra loro e aspiranti romanzieri che si ispirano più o meno spudoratamente a nomi immensi della letteratura internazionale… Ecco, le presentazioni degli aspiranti autori che scrivono perché guidati da un istinto superiore o che si presentano da anticonformisti nella maniera più conformistica che ci sia mi rendono particolarmente suscettibile.

Questa lunga parentesi serve a spiegare lo spirito scettico ho aperto il link ieri. E, devo dire, le mie nere e lugubre aspettative sono state soddisfatte in pieno: l’intro del sito annuncia lo sgomento e l’incredulità di chi ha tentato di passare le selezioni del talent ed è stato rifiutato ai vari step, tra chi ha fatto i colloqui e chi è stato scartato ancora prima. Le allusioni non tanto sottili verso invece chi ce l’ha fatta, sui meriti dei finalisti, il dubbio cinico su quali siano stati i criteri per selezionare questi concorrenti. E, siccome era un peccato sprecare il patrimonio letterario raccolto per il talent (cito letteralmente), i respinti hanno messo su il sito… Non si capisce bene a che scopo, forse per leccarsi l’orgoglio ferito uno con l’altro, visti i commenti, forse sperando che qualche selezionatore o agente letterario passi sulla pagina di uno dei romanzi scartati e lo voglia proporre ai grandi editori italiani.

Il post di introduzione non mi mette molto di buon umore. Nella mia testa si materializzano file e file di esordienti incazzosi e offesi che cercano un po’ di notorietà con quello che scrivono, e mi chiedo se forse non dovrei chiudere e lasciare perdere. Sarebbe stato semplice, e mi sarei risparmiata un po’ di nervoso, però sono curiosa come una scimmia e questo lato del mio carattere tende a vincere sul resto, per cui… clic!

Ho letto una decina di sinossi, poi ci ho rinunciato. Perché? Intanto, perché non ho trovato sinossi. Ho trovato testi da quarta di copertina, proprio quelle pseudotrame che in libreria mi rendono sospettosa e diffidente. Esattamente come mi succedeva spesso in ufficio.
Ora, quando si presenta un romanzo a un editore (e credo si dovessero considerare così i selezionatori dei concorrenti), si deve scrivere una trama chiara e completa, un quadro delle tematiche trattate, ambientazione spaziotemporale ben definita… Lo scopo è dare dunque un quadro completo dell’opera in poche righe, così da rendere subito chiaro all’editor/selezionatore di una casa editrice se per il romanzo in questione c’è possibilità d’inserimento nelle collane di narrativa. Masterpiece è prodotto in collaborazione con Rizzoli, e mi pare che questo dato sia stato esplicitato da subito (ricordo almeno qualche lagna online vecchia di mesi sul “bah, selezionare così un romanzo per una casa editrice così importante e di prestigio, che tempi…”), per cui il primo criterio che sarà stato considerato è la possibilità di inserimento nelle collane di Rizzoli. Quanti aspiranti concorrenti hanno reso chiaro come il loro romanzo potesse essere compatibile con queste collane? Di quelli che ho beccato io, nessuno (ma dipende se è stata pubblicata tutta la sinossi o solo la trama). Ad ogni modo, mandare una sinossi non ha lo scopo di conquistare dei lettori, ma di fornire una analisi chiara e obiettiva del romanzo che si va a proporre. Già chi non ha centrato questo punto per me doveva già essere fuori.

Poi aggiungo cose che mi hanno colpito. Al primo posto, la confusione nelle “sinossi” che ho letto: ha senso, mi chiedo io, anticipare tre o quattro piani narrativi diversi in poche righe, se non si comprende nemmeno quale dei vari è quello portante? Un sacco si concentrano a spiegare nei dettagli l’antefatto delle loro storie, lasciando la trama dell’azione vera e propria al mistero e alla sospensione. Non mi aspettavo certo di leggere i finali, ma se non si capisce di che parla il romanzo qualcosa non va.
Al secondo posto, la quantità di errori che ho beccato. Spero di averli beccati tutti in quelle dieci sinossi che ho aperto, dalla carenza ortografica di certi pezzi alle consecutio temporis ciccate con un bel passato remoto in contemporaneità con dei presenti, alle frasi arzigogolate che alla fine lasciano solo un gran senso di fuffa. E ripetizioni, preposizioni improprie, dialettalismi… Ma è solo una presentazione, mi sento già rispondere, poi il romanzo è meglio, sono solo sviste. Capito, ma se vi dovete proporre in dieci righe e c’è uno di questi errori o un mix dei vari… Siete fuori, citando il capoccia di un altro talent così ben imitato da Crozza.
Al terzo, la banalità media. Come già detto, da circa dieci anni bazzico il mondo delle fanfiction, e per un attimo ho avuto la sensazione di aver aperto uno degli archivi dedicati per errore. Self-inserction, autobiografie o biografie rimaneggiate, rimaneggiamenti pastrocchiati di temi d’attualità, il cliché del romanzo storico serva-padrone, il filone pseudo-erotico portato avanti dalle (sigh!) 50 sfumature di fuffa… Quelle che ho capito, perché poi ci sono le mie sinossi preferite: gli ampollosi vagheggiamenti del nulla.

Io sono ipercritica, cinica e scettica, ma mbo, non ho letto nulla che mi abbia davvero incuriosita. Non ho neanche idea di chi sia stato selezionato, per cui non so dire se la scelta sia stata corretta o meno. Sarei però curiosa di sapere quanto, intanto, hanno impiegato questi incazzosi e offesi per scrivere le loro opere. Secondariamente, quanto tempo hanno dedicato alla revisione di idee, stile e sintassi. Terzo, quanto hanno riflettuto su come proporsi. Da quello che ho letto, Masterpiece mi sembra renda l’ennesimo quadro di un’Italia in cui tutti scrivono e pochissimi leggono, ma ancora meno fanno autocritica.