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Metti che una sera vai a sentire Kazuo Ishiguro

Ci ho messo un po’ a riprendermi, ma due settimane fa ho fatto una scappata a Torino grazie a un amico che mi ha ospitata a casa sua per vedere dal vivo uno dei miei autori preferiti, Kazuo Ishiguro. Quelle cose che scopri assolutamente per caso aprendo il sito di Einaudi per vedere quando sarebbe uscito il nuovo libro (Il gigante sepolto, Einaudi) al Circolo dei Lettori di Torino… Ero indecisa se andarci e l’ho scritto su Facebook, più una lagnanza che altro da brava genovese mugugnona, e un mio amico mi ha scritto per dirmi che sarebbe stato ben felice di offrirmi un letto per l’occasione. Da lì a comprare il biglietto del Megabus è stato un attimo.

Sono veramente contenta di averlo fatto: è stato un incontro bellissimo, veramente godurioso per un lettore affezionato e stimolante anche per chi non avesse mai letto un suo libro, secondo me. È uno scrittore forse non semplicissimo da leggere, eppure è davvero piacevole sentirlo parlare del suo lavoro e di come intende la letteratura e il mercato editoriale. Alla seconda domanda ha smontato buona parte dell’intervista prevista spiegando come per lui i generi siano un elemento secondario in funzione dell’idea, vedendoli quasi come dei vestiti da abbinare di volta in volta al nucleo del romanzo in lavorazione in modo da farlo risaltare nel modo migliore possibile. È uno scrittore aperto a ogni possibilità, determinato, ma anche capace di selezionare tra le sue idee (che si annota rigorosamente a mano sui suoi taccuini) scartando quelle che non si rivelano buone e portando avanti le storie migliori. È un modo di approcciarsi alla scrittura che mi piace molto, con un’ottima commistione del processo creativo e della razionalità necessaria per essere uno scrittore di successo.

Tutta la produzione di Ishiguro ruota intorno alla memoria e alla perdita della stessa, ma in modo molto personale: non si concentra sull’importanza della memoria, quanto sul processo di selezione e dimenticanza a cui tutti noi siamo soggetti, sia come singoli che come collettività (gruppi e popoli)… E su quanto a volte ciò sia vantaggioso, perciò nei suoi romanzi si pone sempre il dubbio se il processo del dimenticare sia casuale e inevitabile o volontario. Le sue ispirazioni per questa ricerca sorprendono: se tutti siamo rapidi a richiamare le sue origini giapponesi, Ishiguro racconta le sue riflessioni personali su conflitti terribili come quelli degli anni ’90 e sull’apparente insensatezza di popoli che avevano sempre convissuto in pace che improvvisamente erano diventati nemici mortali, com’è accaduto in Bosnia.

È complicata la riflessione che Ishiguro fa, per cui se non mi sono spiegata bene io vi consiglio di tentare la sorte con uno dei suoi romanzi: io ho cominciato a leggerlo nel 2013, con Un artista del mondo fluttuante Quel che resta del giorno. Ho scelto questi due libri quasi a caso (il primo era forse uno dei pochi disponibili in biblioteca, il secondo m’incuriosiva per il film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson), ma credo che sia interessante leggerli di seguito, perché offrono un’interpretazione del tema della memoria sia personale che collettiva contemporaneamente in due contesti diversi. Il primo vede la storia di un artista giapponese famoso per la forte retorica fascista delle sue opere che si trova ostracizzato dalla società e in parte dalla sua stessa famiglia dopo la seconda guerra mondiale. Ambientato in parte nello stesso periodo è anche Quel che resta del giorno, che attraverso le vicende del maggiordomo Stevens e della sua incapacità di vivere una vita sua che eluda dai suoi “doveri” di domestico, racconta anche uno spaccato meno noto dello stesso conflitto, ossia il sentimento filo-tedesco che la Gran Bretagna ha condiviso prima del 1939… E che tutti sembrano aver dimenticato e, anzi, che nel dopoguerra diventa una colpa da perseguire.

So che a molti lo stile di Ishiguro sembra troppo distaccato e fumoso, però secondo nel contesto di questo lavoro sulla memoria e sulla sua perdita è davvero perfetto: si adatta benissimo ai suoi personaggi a volte ambigui, a volte difficili da seguire nella lettura (per questo terrei Gli inconsolabili per un secondo momento, se posso consigliarvi). In ogni romanzo ci sono passaggi oscuri, come nella nostra storia (personale e umana) che non vengono “risolti” fino in fondo dalla narrazione e diventano spazio per noi lettori, che possiamo interpretare basandoci sulle rispettive esperienze. La sensazione è che questo effetto sia voluto e ricercato, un’altra dimostrazione della consapevolezza di Ishiguro come autore: spesso si dibatte se il libro sia la narrazione pensata dall’autore o quella percepita dai singoli lettori, e tra tanti scrittori che si lamentano o sembrano infastiditi per le reinterpretazioni fatte dai fan, lui sembra accettarlo e invogliare a farlo. E come lettrice, lo apprezzo tantissimo.

Ma Ishiguro mi ha conquistato anche con la sua disponibilità di autore, consapevole che avere dei fan significa anche prestarsi ai selfie, alle domande scontate e agli autografi: è stato gentilissimo e si è fatto scrivere tutti i nomi dalla traduttrice per fare le dediche con disponibilità e un sorriso. Un plauso al traduttore, che si è fatto un signor mazzo, e alla signora Ishiguro, che (ho scoperto dopo) era seduta vicino a me e che a un certo punto mi ha fatto l’occhiolino, probabilmente divertita dallo sguardo estatico con cui fissavo suo marito dall’altra parte della stanza.

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Finestre d’arte #1: Preraffaelliti a Torino – L’utopia della bellezza

Non so se vi è mai capitato di recarvi a un museo per vedere qualche quadro in particolare e scoprire che è in uscita per qualche mostra. A me sì, due volte per ora che ricordi particolarmente: la prima con la Vergine delle Rocce al Louvre, forse il mio quadro di Leonardo preferito in assoluto. Ma che buffino, che un mese prima che io andassi a Parigi il Louvre l’abbia prestata per la prima volta da non so quanto tempo (probabilmente da prima del furto della Monna Lisa, capiamoci) per una fantastica reunion delle due versioni del quadro a Londra! Sono ancora inacidita da dicembre 2011 a riguardo, oltre al fatto che non capisco la massa di gente che si picchia davanti alla Gioconda e poi magari snobba quel capolavoro del San Giovanni Battista… Ma lui se la ridacchia nella Galleria e sembra essere felice così, quindi lasciamo stare. Comunque, questa storia sarà il sottotesto importante per capire perché, se e quando potrò andare a Cracovia, mi lancerò prima della partenza in una telefonata disperata in anglopolacco per sapere se la Dama con l’Ermellino si trova a casa sua o no.
La seconda è stata l’anno scorso a Londra (che ironia, eh!) alla Tate Britain, quando io e una ciurma di personcine buffe abbiamo zompettato per le sale in cerca dei maestri preraffaelliti… E ci siamo trovate davanti una sala praticamente vuota (o riempita con installazioni iper moderne, non mi ricordo, tanto per quel che ne capisco io di arte contemporanea è più o meno la stessa cosa). Ma abbiamo reagito bene, sì sì… Più o meno così:

Per spiegarvi in breve la delusione…

Quindi diciamo che la visita alla mostra a Torino era destino, o almeno una sorta di repayment dovuto e un paio di settimane fa abbiamo approfittato delle offerte trenitalia per toglierci lo sfizio. A proposito, se andate a Torino in freccia-di-qualunque-colore, anche con le tariffe economy e super economy, un ingresso alla mostra è omaggio presentando i biglietti alla cassa, lo dico perché da buona genovese gli ingressi a 13 euro mi stanno sempre un po’ antipatici.

I Preraffaelliti sono un gruppo di artisti di grande fascino, che hanno cercato la rottura con l’arte convenzionale di metà Ottocento (un po’ prima degli impressionisti dunque) con una visione però molto romantica del rifiuto delle convenzioni rinascimentali per un ritorno all’arte precedente… Da qui pre-Raffaello, considerato l’uomo sigla del periodo. È uno stile evidentemente di rottura con i contemporanei e con i canoni dell’accademia, che come in Francia dettava legge sull’arte senza lasciare spazio a sperimentazioni di sorta. Oggi forse può apparire molto… polveroso, a una prima occhiata, ma se si colloca nel momento storico giusto (siamo in piena fase vittoriana) si vede come la ricerca della sensualità acquisti una dimensione tutta nuova: la tentazione, la seduzione, l’erotismo…

Waterhouse e i suoi dipinti: donne sensuali, tentatrici, qui potenzialmente fatali
Waterhouse e i suoi dipinti: donne sensuali, tentatrici, fatali

Ve lo dico perché la prima cosa che dovete sapere dei preraffaelliti è che in ogni quadro, all’incirca, il 90% dei riferimenti è un simbolismo erotico. Se prendete l’audioguida (compresa nel biglietto, quindi perché no… però non fate quelli che pretendono di stare col naso contro al vetro di un quadro per tutta la durata della traccia dedicata al dipinto, per favore, perché li prenderei a pedate), vedrete che ho ragionissima. E se non la prendete, non sorprendetevi che ci sia gente che ridacchia con le cuffie sulle orecchie, perché al quindicesimo quadro in cui vi vengono fatti notare i riferimenti erotici la cosa comincia a passare da imbarazzante a molto comica, ma vabbeh.

Non so se sto facendo la pubblicità migliore a questa mostra, però andateci lo stesso, perché è proprio bella. Il percorso è organizzato sui diversi temi delle opere: carattere religioso, i miti, i paesaggi, i ritratti, il tema delle “donne perdute” (prostitute colte o nel momento di redenzione o nel momento di abbandono che precede il suicidio), le allegorie… Ma soprattutto perché dopo questo passaggio i dipinti rimarranno alla Tate per un bel po’, hanno annunciato (ora, rimarranno là, grrrr), quindi per vederli dovrete organizzare una gita a Londra.

Quindi eccoci: l’utopia della bellezza. A palazzo Chiablese, piazzetta Reale, fino al 13 luglio.

E siccome io da brava maniaca quando mi affascina qualcosa leggo e macino tutto quello che trovo sul tema… Un paio di consigli:

Effie. Storia di uno scandalo, di Suzanne Fagence Cooper, edito da Neri Pozza, 17,50 euro.
La storia di Effie Gray, prima moglie del critico d’arte più influente del periodo, che contribuirà a elevare alla notorietà i Preraffaelliti, e successivamente – dopo cinque anni di matrimonio senza amore e un travagliato annullamento – sposa di John Everett Millais, uno dei fondatori della Confraternita e autore della bellissima Ofelia che ha fatto da copertina a questo post. Un romanzo che parla di arte e di vicissitudini umane complesse… E che fa anche riflettere su quanta strada hanno già fatto i diritti delle donne in un secolo e mezzo (anche se c’è ancora moltissima strada da fare).

Se volete gustarvi una miniserie, c’è Desperate romantics, che dovete però cercarvi in streaming e coi sottotitoli perché ancora non c’è una versione italiana.

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La desolazione di Smaug (o di Peter Jackson e soci) parte 1

È da domenica sera che penso a come poter dare la mia opinione sulla seconda parte dello Hobbit. È difficile, perché è un film che aspettavo con ansia, e che mi ha deluso profondamente. Sono andata piena di speranze, della serie “Avanti, fate vedere a tutti i pre-detrattori che si sbagliano, che avete fatto di nuovo centro!” (detesto quelli che si mettono in cattedra prima di leggere/vedere/provare qualcosa, ho un pregiudizio contro quelli che hanno dei pregiudizi a quanto pare). Sono andata anche con tredici pazze come me e penso che, tra le aracnofobiche, le sgranocchiatrici di popcorn e quelle sconvolte per ciò che vedevano (o un mix di più cose), ci siamo fatte odiare dal resto del cinema, anche perché eravamo in una saletta microscopica e si sentiva davvero tutto… Vabbeh. XD

Metto l’avviso qui… SPOILER!!! Se non volete rovinarvi la visione…

Tanto per rimanere in tema.

Dunque, il film comincia più o meno dove avevamo lasciato la compagnia dei nani+Hobbit+stregone: in fuga dagli orchi. Il momento di speranza “uuuuuuh, laggiù (ma molto laggiù) si vede la Montagna!” è finito e si è ripreso a correre. E la corsa è la sensazione che predomina più o meno tutto il film: di corsa, bisogna arrivare alla Montagna prima del Dì di Durin… E prima che finiscano anche queste tre ore. Almeno, la sensazione che ne ho avuto io è stata un’accelerazione generale, anche nelle riprese, nei cambi di inquadrature… In tutto. Di corsa che non c’è tempo!

Così Beorn è stato sintetizzato in pochissimo tempo, almeno per la prima parte del suo ruolo nel libro, mentre Gandalf diventa anche più enigmatico e fumoso del solito. In pochissimo arriviamo sul limitare del Bosco Atro, vengono date le indicazioni a Thorin sulle funeste conseguenze che gli sarebbero capitate se avesse perso il sentiero (e affidiamo l’orientamento a lui? LUI, che si è perso nella Contea dove doveva trovare l’unica collina in mezzo alla valle e la casa che ci sta sotto? Vabbeh…), quindi prende e se ne va. Comprensibile, ha Galadriel in conferenza telepatica e un compito importantissimo da svolgere. Pensavate che accompagnare tredici nani e uno Hobbit nelle fauci di un drago fosse importantissimo? Eh, ci sono cose più pressanti.

Indovinate in quanti secondi Thorin perde il sentiero… Se avete detto più di dieci, bel tentativo, ma nope.

Povero Thorin… Proprio non ce la fa. Credo riuscirebbe a perdersi sul sentiero di mattoni gialli del Mago di Oz.

L’aria pesante e greve di Bosco Atro manda ancora di più in confusione i poveri nani, che cominciano a litigare. Ecco, qui mi spiace che sia stata tagliata la parte delle visioni, tipo Elfi immaginari che li attaccano, perché avrebbe collegato le diverse scene. Invece, mentre Bilbo si arrampica in cima agli alberi per capire dove si trovano, i nani vengono catturati dai ragni senza che combattano. Nessun rumore, solo tante ragnatele, semicitando Kili dal primo film. E ci lanciamo in una lunghissima scena di battaglia di Bilbo coi ragni giganti, scena che forse per amore di tutti i fan con la paura di aracnidi e affini si poteva un po’ limitare… Anche perché l’abbiamo già vista, con Samvise e Shelob. È vero che Lo Hobbit e LOTR ripropongono molte situazioni analoghe, eppure vedendo questo film in particolare mi sembrava troppo autoreferenziale…  Per dire, anche Bilbo che continua a tocchignare le ragnatele: ok, è un po’ Tuc anche lui, ma quanti non hanno pensato a Pipino e allo scheletro che ha fatto cadere nel pozzo a Moria? Perché io ci ho pensato TANTISSIMO.

Comunque, ragni a parte, gli elfi arrivano per davvero. Ossia, arrivano Legolas (con delle inquietantissime lenti a contatto azzurro ghiaccio) e Tauriel, più un numero n di elfi a caso che tanto non si vedranno né avranno un ruolo, quindi ignoriamoli pure. E comincia anche il circo elfico, perché nessuno degli elfi in azione farà più di tre passi “normali” di fila. Al che rimango un po’ perplessa: ok che Legolas si è sempre mosso in modo etereo, e che è “leggero” essendo un elfo, tanto che cammina sopra la neve appena caduta, ma in LOTR non fa tutte queste mosse da Assassin’s Creed. E sì che la saga principale temporalmente si svolge sessant’anni dopo allo Hobbit, ma il mio pensiero è stato il seguente:

Ah, non sono più agile come quando avevo 2931 anni!

La cosa che mi è piaciuta di più fin qui è la parte in cui Bilbo si accanisce contro un ragnetto un po’ sfigato per difendere il suo tesssssoro, a dimostrare come l’Anello già stia allungando il suo nero potere (caspita, è nero forte [cit.]). Per il resto, ignorando la scenetta Kili-Tauriel becera (ma di questo parleremo più avanti), gli elfi in malafede catturano i nani e li portano al cospetto di Re Thranduil. E qui accadono cose strane, tra le quali la faccia rifatta del re è quella meno inquietante.

1. Il gratuitissimo fanservice del colloquio da Re a Re, con Thranduil che, citando Jane Porter, non ha alcun rispetto dell’altrui fisicità e degli spazi personali. Anche qui, flash brillano nella mia mente e nope nope nope nope nope.

Nope nope nope nope nope nope nope nope nope nope

Thorin risolve più o meno come Leonidas in questo colloquio, ossia mandando a quel paese Re Thranduil (e si vanta pure della cosa con Balin, che, povero, scuote la testa ormai vicino all’esaurimento nervoso… esaurimento a cui si può imputare secondo me il suo desiderio di cacciarsi in un’altra miniera mortale dopo essere a fatica scampato a Erebor, ma C’È TEMPO per tutto ciò), il che allontana il flash inquietante da me, se non per piombare in qualcosa di ancora peggiore.

2. Il rapporto Legolas-Tauriel. E lo strano modo di impicciarsi di papà Thranduil, sintetizzabile in: “Oh ciccia, mio figlio ha una cotta per te. Guai se gli dai speranze a cui non potrai adempiere.”
Uscita infelice a cui segue un discorso surreale tra lui e Tauriel e che mette, a mio avviso, parecchio della caratterizzazione del personaggio in dubbio. Tauriel infatti è una pischella, per l’età degli elfi (Legolas come abbiamo detto dovrebbe avere 2931 anni ed è nella fase adolescente ribbbbelle, per capirci), eppure è a capo della Guardia reale di Bosco Atro. Legolas ci dice che il Re l’ha “favorita” e che quindi lei farebbe meglio a non sfidarlo, quindi ci viene da pensare, almeno a me, che Tauriel sia lì più per simpatia che per meriti effettivi, malgrado tutti i salti mortali inutili che riesce a fare in un combattimento. Però Thranduil la smerda subito ammettendo che non la reputa minimamente degna di sposare suo figlio. A che scopo, dunque, l’ha favorita? Temo un passato da triste orfanella in serbo per noi, per cui non approfondirò l’argomento. Forse per svelare il triangolo-no di questo film L’affermazione di papà Thrandy infatti ci viene subito confermata da Legolas e le strambe turbe di gelosia per un nano.
Il colloquio tra re e l’indegno elfo silvano inoltre dimostra un rapporto padre-figlio un po’ strano, o forse richiama un po’ troppo le scene in cui Elrond diffida Aragorn dal provarci con sua figlia… Solo che in questo caso capisco che Elrond parli “all’uomo” (non prendetemi per anti-femminista, ma parliamo di un mondo molto medievaleggiante e maschilista, per cui contestualizzato ci sta) e comunque poi si concentra sulla sua creatura per impedire un matrimonio a suo dire infausto… Preoccupato però dal fatto che Aragorn, per quanto longevo, è un essere mortale, e che Arwen rischia di vivere per l’eternità nel lutto e nel dolore. Capiamo questo padre. Non si capisce invece Thranduil, perché il senso è: “Oh tu, indegna plebea che IO ho innalzato a un rango superiore, non farla annusare troppo a mio figlio, che non vorrei si facesse idee sbagliate.” A meno che lui e Elrond pianificassero matrimoni in gran segreto tra i rispettivi rampolli… Mah.

Legolas, lascia stare che papà non è d’accordo

3. Di conseguenza, diffidata dal ronzare troppo intorno al principe, Tauriel si butta in discussioni stucchevoli con Kili, in gabbia sugli astri e la bellezza e le mamme… Kili mi sembra un po’ italiano mammone, ma sorvoliamo. Anche qui, scenetta abbastanza inutile di novelli amanti sfigati (che poi suvvia, non puoi essere educato per centinaia di anni a disprezzarti reciprocamente e poi cascare così dal pero. Qui non si parla solo di razze diverse con diverse speranze di vita e aspirazioni come per Aragorn e Arwen, si parla di razze che portano avanti una faida millenaria. Non si può!)

Fortunatamente arriva Bilbo, che è scampato alla cattura, e riesce a liberare in maniera rocambolesca i nani; per inciso, nani, prima si scappa e poi si festeggia. Funziona meglio in genere! La compagnia scappa giù per il fiume nei barili in maniera rocambolesca, inseguita prima dagli elfi e poi dagli orchi. La corrente è così forte che Thorin si confonde e salva la vita a Legolas – credo si sia fustigato poi per qualche ora – e la scena è luuuuuunga. I nani riescono a fuggire, anche se Kili è rimasto ferito, e i nostri due elfetti riescono a catturare un orco perché venga interrogato dal re.

Tra la compagnia e la Montagna rimangono un lago e il problema di attraversarlo, problema risolto prontamente da Bard, mentre gli elfi tornano alla reggia. Thranduil interroga il prigioniero col trucco più vecchio del mondo, “dimmi quello che sai e ti salverò la vita” (e Legolas ci casca pure… Ma COME, figliolo mio, COME!) e decide di estraniarsi una volta di più dai problemi della Terra di Mezzo, ordinando di serrare i cancelli di Bosco Atro. Legolas fa per eseguire l’ordine, ma scopre che Tauriel è scappata senza dire niente a nessuno per inseguire i nani, sconvolta alla notizia che la freccia che ha colpito Kili era in realtà avvelenata. La freccia viene definita morgul, ma è un po’ una minchiata. La lama morgul è quella con cui lo stregone di Angmar ferisce Frodo nella Compagnia dell’Anello, per capirci, ed è quella trovata da Radagast nel primo Hobbit. La freccia potrebbe essere semplicemente avvelenata e il dramma sarebbe lo stesso, ma non richiamerebbe così smaccatamente la situazione di LOTR (piccolo essere avvelenato viene salvato dalla grazia di un elfo femmina), ma ci arriveremo anche lì. Ad ogni modo, Legolas decide di inseguire Tauriel e i due prendono la via per Pontelagolungo. Molto astuto il capitano della guardia del re, il cui compito dovrebbe essere difendere la famiglia reale, a trascinare nel pericolo il principe che dovrebbe proteggere, neh? E non avete ancora visto niente.

Ma per oggi mi fermerei qui.