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Margaret Atwood e le etichette scomode (e gli etichettatori stupidi)

Sono tornata a leggere Margaret Atwood dopo qualche mese di pausa (temendo di apprezzare di meno quest’autrice dopo aver letto cinque dei suoi romanzi quasi di seguito, una sorta di indigestione) e ho ripreso con Occhio di gatto, un romanzo che segue Elaine, pittrice ormai arrivata alla mezza età che ritorna nella città in cui è cresciuta, Toronto, per una mostra retrospettiva della sua carriera artistica. In occasione dell’evento, Elaine ripercorre la sua vita, dalla prima infanzia insolita, passata in auto per via del lavoro di entomologo del padre, al secondo matrimonio. In ogni ricordo, la sensazione più forte è il bisogno di Cordelia, la donna che, pur essendo stata la sua aguzzina quando erano bambine e un’amica assente ed egocentrica quando erano diventate più grandi, vorrebbe riabbracciare, o almeno sapere se è viva e sta bene.

Quello che più mi ha colpito, in questo romanzo ironico, brillante, e molto vero, è la riflessione che la Atwood fa sull’arte, su un certo tipo di critica e soprattutto sul femminismo. Occhio di gatto esce tre anni dopo Il racconto dell’ancella, che forse l’opera che più ha consacrato l’autrice come “voce femminista”, sebbene lei non ami essere etichettata così. Mi chiedo quanto Elaine sia autobiografica, Elaine che dice di non amare la ghettizzazione che spesso si subisce con la definizione di femminista, Elaine che è insofferente a una certa lettura delle sue opere, che rifiuta quando può i contatti con la stampa per evitare domande a cui non si sente di rispondere come gli intervistatori si aspettano.

Cambia disinvolta il discorso sulla guerra per tornare a quello sulle donne, quello che inizialmente voleva fare. È più difficile per una donna, sono stata discriminata, sottovalutata? E in quanto ai figli? Le do risposte evasive: tutti i pittori si sentono sottovalutati, si può lavorare quando i figli sono a scuola, mio marito è stato bravissimo, mi ha dato molto aiuto, anche economico. Non dico quale marito.
«Quindi lei non si sente sminuita per essere stata aiutata da un uomo?» domanda.
«Le donne hanno sempre aiutato gli uomini» rispondo, «che cosa c’è di male se qualche volta avviene il contrario?»
Quello che le dico non è esattamente ciò che vuole ascoltare. Preferirebbe sentirmi parlae di umiliazioni subite, anche se è improbabile che parli di sue esperienze personali analoghe perché è troppo giovane. Eppre le persone della mia età dovrebbero avere episodi di umiliazione da raccontare, se non di offese e mortificazioni: insegnanti d’arte che ti pizzicano il sedere, che ti chiamano ‘baby’, che ti chiedono perché non sono mai esistite grandi pittrici donne, cose di questo genere. Vorrebbe che fossi indignata, e anche eccentrica.
«Non ha avuto donne come mentori?» domanda.
«Donne… come?»
«Come insegnanti, o altre pittrici che ha ammirato?»
«Non si dovrebbero chiamare mentrici?» replico acidamente. «No, non ne ho avute. Il mio insegnante era un uomo».
«Chi era?» domanda.
«Joseph Hrbik. Era molto gentile con me» aggiungo subito dopo. Un personaggio che le darebbe l’imbeccata giusta, ma da me non saprà altro. «Mi ha insegnato a disegnare i nudi femminili.»
Rimane un po’ perplessa. «Be’, che cosa mi dice… del femminismo?» domanda. «Molti la definiscono una pittrice femminista.»
«Davvero?» replico. «Detesto i ruoli, detesto i ghetti. In ogni caso, io sono troppo vecchia per averlo inventato e lei è troppo giovane per averlo capito, quindi a che serve parlarne?»
«Allora questa per lei non è una classificazione significativa?» domanda ancora.
«Mi piace che le donne apprezzino il mio lavoro. Perché dovrebbe essere il contrario?»
«E gli uomini apprezzano il suo lavoro?» domanda astutamente. Deve essere andata a scavare in qualche vecchio archivio, deve aver letto qualche storia sulle streghe che incantano gli uomini succubi.
«Quali uomini?» domando. «Non tutti apprezzano il mio lavoro. Non è perché sono una donna. Se il lavoro di un uomo non è apprezzato, non è perché è un uomo. Non lo apprezzano e basta.» Sono su un terreno infido e mi sento a disagio. La mia voce è pacata, ma il caffè mi ribolle dentro.
Lei aggrotta la fronte, giocherella col registratore. «Perché dipinge tutte queste donne, allora?»
«Che cosa dovrei dipingere, gli uomini?» replico. «Io sono una pittrice. E i pittori dipingono le donne. Rubens dipingeva donne, Renoir dipingeva donne, Picasso dipingeva donne. C’è qualcosa di male a dipingere donne?»
«Ma non in quel modo» replica lei.
«In quale modo?» domando. «In ogni caso, perché le mie donne dovrebbero essere uguali alle donne di un altro

Il dubbio su quante volte l’autrice abbia dovuto sostenere interviste analoghe a questa è forte. Non c’ero a metà anni ’80, ma chissà quanti giornalisti rampanti simili a questa hanno preso Il racconto dell’ancella come un’ode contro gli uomini e sono rimasti delusi quanto Margaret Atwood non ha bruciato il suo reggiseno davanti a loro inneggiando all’amore saffico e all’odio nei confronti del genere maschile.

È la riflessione più interessante, secondo me: Elaine rivive la sua storia e svela quali banalità, quali piccoli segreti della sua infanzia vengano mistificati da chi osserva i suoi dipinti cercandovi un messaggio più elevato, che lei ascolta, ricorda e lascia fare, intuendo che non avrebbe senso spiegare ciò che davvero è alla base delle sue opere, pur rifiutando le etichette che la giornalista, ultima di una lunga serie di persone, le affibbia. Soprattutto, sebbene non assuma mai toni troppo accesi, si sente la polemica con questo modo di fare critica artistica e letteraria. È vero che nell’arte ognuno vede ciò che vuole, ma sarebbe bello riuscire ad approcciarsi a un quadro, come a un libro, senza troppi preconcetti davanti agli occhi. Sennò si diventa come quelli che cercano il comunismo ovunque, o il simbolismo cristiano, o il male della fantomatica lobby gay che inserirebbe modelli apparentemente innocui in opere destinate a un pubblico giovane per deviarli nella loro crescita. È possibile che gli autori e gli artisti abbiano avuto un’ideologia in mente mentre creavano? Sì, ma di solito lo ammettono, non inseriscono messaggi subliminali nascosti per fare il lavaggio del cervello al prossimo. Tanto per citare qualche opera che ha subito simili trattamenti: il Signore degli Anelli (secondo alcuni comunista, per altri super fascista, per altri metafora della passione di Cristo e così via), i Puffi (comunisti e gay), i vari gruppi che hanno fatto la storia del rock che ascoltati al contrario sarebbero satanisti, e perfino i Teletubbies. Nell’arte mi vengono in mente subito le mille diverse cospirazioni che sarebbero finemente illustrate da Leonardo da Vinci nei suoi dipinti. Il “femminismo” tra tante virgolette, la forma integralista che non avrebbe neanche particolare senso definire tale visto che coi principi di questa corrente di pensiero, è solo l’ennesima variante.

È un tema che avevo già letto l’anno scorso in Possessione di Antonia S. Byatt, cop.aspx
un libro che mi è piaciuto da morire e che ne contiene almeno quattro diversi con tutte le tematiche che tratta. La storia ruota intorno a due poeti ottocenteschi, Randolph Ash e Christabel LaMotte, e ai due giovani studiosi che trovano indizi che li portano a scoprire la relazione tra loro e che potrebbe rivoluzionare tutta l’interpretazione moderna del lavoro di entrambi, soprattutto di lei, poetessa misteriosa ritenuta lesbica per la sua convivenza con un’altra donna e interpretata di conseguenza. Emblematico è il personaggio di Leonora, l’americana femminista integralista che arriva perfino a sgridare gli ultimi discendenti indiretti di Christabel, ormai anziani e invalidi, perché non curano abbastanza la sua tomba e che è pronta a scrivere un saggio su come le poesie gotiche della sua eroina siano metafore di sperma e di stupri perché gli uomini sono tutti dei mostri.

Possessione esce due anni dopo Occhio di gatto, e ha un po’ da ridire su tutto il mondo della critica letteraria: nel modo in cui le donne sono ignorate dagli studiosi maschili in scena, tutti presi da Ash (già consacrato come Poeta) che snobbano sia Christabel come le colleghe relegate a ricerche minori (come Beatrice, abbandonata in archivio a sistemare i diari della moglie di Ash perché “compito da donna”), ma anche nel modo in cui le donne sono poi trattate con fanatismo anche quando le intenzioni di riscoprirle e dare loro la giusta rilevanza sono buone in potenziale.

Entrambi i libri poi mostrano la cattiveria che le donne sono in grado di infliggere alle altre donne, tema che ovviamente certi ambienti integralisti che inneggiano alla misandria ovviamente non trattano mai. Esce da molti dei quadri di Elaine, e dai suoi racconti di “ordinaria crudeltà” subita da ragazza, ed esce dalla timidezza di Maud, ricercatrice bullizzata a un convegno perché bionda biondissima, aggredita dalle sue cosiddette “sorelle” perché rea secondo loro di essersi tinta i capelli per adescare gli uomini (e che sia bionda naturale non importa a nessuno), al punto che il personaggio si rasa la testa a zero e non scopre più i capelli in pubblico per anni per essere presa sul serio.

Mi è piaciuta questa presa di posizione e di distinzione dalle forme più becere e assurde di femminismo, che trovo molto attuale, visto quanta confusione c’è al momento tra chi crede davvero nella parità dei diritti a prescindere dal sesso e chi sfoga la propria frustrazione in misandria piuttosto che nel veganesimo d’assalto o nell’integralismo animalista o anti-farmaci in generale. Ce n’è davvero bisogno.

Pubblicato in: Cinema

Modelli femminili e Disney (e gente becera sui social)

Mi hanno linkato un post un po’ inquietante dell’ennesima associazione che si definisce femminista in maniera becera e imbarazzante, quando porta avanti soltanto il modello di misandria, perché l’uomo è brutto e cattivo e rovina la purezza e la perfezione del mondo delle donne. Tra l’altro per giustificare un film banale, noioso e con degli immensi buchi di trama come Maleficent. Parentesi, io mi considero femminista se si parla di raggiungere la vera parità tra i sessi, ma prendo ampia distanza da questi atteggiamenti discutibili – se si vuole essere gentili.

Sul serio, avrei trovato molto più femminista se Malefica avesse voluto il potere e la sconfitta dei mortali perché le andava di farlo e basta, che per una trovata banale come quella che è stata adottata, ossia il tradimento dell’amato.

E la cosa poi ha portato a Frozen, che un sacco di gente ha salutato come “la svolta Disney” nel rappresentare eroine che si parano il culo da sole e non hanno bisogno del principe azzurro per uscire dai guai. Pocahontas e Mulan stanno agitando la manina per richiamare l’attenzione da qualche mese, ma poco importa, perché l’ultimo classico è stato caricato di valori enormi per spiegare quanto fosse bello e speciale. Che ehi, se diceste “mi sono intrippata per le canzoni e il vestito figo di Elsa” sareste più credibili e nessuno vi giudicherebbe, ma pace.

Ci pensavo stamattina e proprio io non riesco a trovare veramente positive nessuna delle due protagoniste di questo film: da un lato Elsa, che avvinta dalle sue paure butta alle ortiche regno, famiglia e responsabilità per chiudersi egoisticamente nel suo castello di ghiaccio; dall’altro Anna, che molla il regno nelle mani del primo sconosciuto che passa per andare a cercare la sorella convinta di poter risolvere tutto con tarallucci e vino, certa che l’amore possa risolvere ogni problema con un’ingenuità fastidiosa. Oddio, vero che avere vicino l’amore dei propri cari aiuta, ma non è certo in maniera così becera che i problemi si risolvono: Anna si aggrappa in maniera così puerile all’idea di amore che è pronta a sposarsi totalmente a caso, cosa che le fanno notare sia la sorella che Christoff. Notate che Elsa viene citata spesso sui social perché smonta l’idea di amore a prima vista, ma l’uomo del ghiaccio non se lo fila nessuno, nonostante faccia la stessa identica obiezione.
Nel frattempo suggerirei al popolo di Arendelle un bel colpo di stato per trovare dei governanti un filo più assennati, ma pazienza.

Vorrei invece citare un film che secondo me non si è filata tanta gente, nonostante sia uscito in mezzo ai due classici con le principesse: Ralph Spaccatutto. A parte che temo che un sacco di bambine non lo abbiano visto perché parla di videogiochi, mondo ancora considerato spesso esclusivamente dei maschietti (mentre le femmine dovrebbero concentrarsi sui giochini stile Cats&Dogs o Magico mondo del vattelapesca stile Sims ma senza possibilità di far fare sesso ai personaggi), ma lì si nasconde la vera principessa di rottura della Disney. Così di rottura che dopo essersi fissata per un attimo il vestito d’ordinanza se ne libera dicendo di non riconoscersi nello stereotipo e tornando ai suoi vestiti sportivi: Vanellope Von Schweetz.

Vanellope è una principessa molto sui generis: è la sovrana di Sugar Rush, un videogioco zuccheroso come Candy Crush con le corse pazze di Crash Team Racing. Il suo ruolo regale tuttavia viene scoperto solo alla fine, quando il suo gioco viene resettato. Vanellope infatti si presenta come una ragazzina emarginata e scacciata dalla sua comunità in quanto “errore di programmazione”; la sua capacità di scombinarsi in codice, o “glitchare”, legata alla sua emotività, la rende diversa, e di conseguenza pericolosa. Le è impedito di correre e viene presa in giro e umiliata in ogni situazione, tanto che vive da sola in mezzo a una discarica. Tuttavia, Vanellope è molto più positiva e propositiva di Elsa: sfrutta al volo l’occasione di dimostrare quanto vale usando la medaglia di Ralph per iscriversi alla gara, stringe un patto con lui per riuscire a crearsi un go-kart degno di questo nome e s’impegna al massimo per dimostrare di non essere un errore, di avere un senso. Mentre Ralph si commisera, lei rimane ostinatamente ironica e ottimista, e pure essendo terribilmente petulante non perde mai la speranza.

Quando finalmente il gioco viene messo a posto e si scopre la sua vera identità, Vanellope sfida la sua stessa programmazione sfilandosi il vestito canonico e continuando a usare il potere di glitch, che ha finalmente imparato a controllare, ma non rinuncia alle sue responsabilità: non si sente una principessa imposta dal programma del gioco, ma tuttavia si propone come leader agli altri personaggi, chiedendo la loro approvazione.

Vanellope si libera dal vestito improponibile glitchando

Non lo so, per me Vanellope, pur essendo molto fastidiosa, appare come personaggio assai più positivo di Elsa. Anche se hanno molti punti in comune, la piccola pilota rimane molto più solida e convinta di se stessa, e riesce a far cambiare anche Ralph con la sua solare determinazione; anzi, lei è stata davvero respinta ed emarginata per la sua diversità, e tuttavia non sfugge al suo dovere quando se ne presenta l’occasione, una volta che il gioco è stato sistemato.

Magari questo film sembra meno “da bimbe” perché non ci sono canzoni, o perché si parla di videogiochi, ma secondo me è un esempio molto più calzante di Frozen per positività della protagonista femminile. O se proprio non vogliamo contare questa tipetta petulante, mi sembra comunque più moderna Tiana, che sconfigge l’uomo ombra rompendo il suo incantesimo, si fa un mazzo notevole per raggiungere i propri sogni con le sue forze e riesce a insegnare a Naveen il valore del lavoro e dell’impegno. Non lo so, Elsa così impegnata nel suo dramma personale e Anna tanto ingenua proprio non mi convincono.
Voi che ne pensate?

Pubblicato in: libri, Passioni

Dieta letteraria

Ho deciso di partecipare su Goodreads a una sfida che vuole imitare il signor Fogg, in un certo senso, e fare il Giro del mondo in 80 libri, ideata sul gruppo della Stamberga dei lettori… anche se al momento ci si è un po’ arenati per carenza di autori da paesi più particolari dei soliti mainstream. In effetti ci sono paesi dei quali è anche solo difficile pensare a una letteratura nazionale, per la loro storia e la distruzione che hanno conosciuto, altri di cui probabilmente non sappiamo quasi niente per carenza di traduzioni arrivate in occidente. Per dire, mi viene difficile pensare a un autore coreano che non abbia a che fare coi manwa (anche se non sono i miei preferiti), e lo stesso per molti altri paesi orientali. Mi consola il fatto di vedere che non sono la sola, tanto che sul gruppo molti hanno aggiunto Marguerite Duras per contare nella propria lista il Vietnam, nonostante questa autrice scriva in francese e tale sia considerata. A parte la devastante solita carica competitiva che mi ha preso (devo lavorare anche su questo, sigh), questa iniziativa mi ha fatto pensare alla mia dieta letteraria.

Si parla fin troppo spesso di dieta mediatica – o almeno, io tra il mio campo di studi e il settore in cui mi auguro di trovare presto un impiego ne sento discutere fin troppo spesso – però mi ha incuriosito scorrere il mio scaffale immaginario sui social per capire come esattamente si ripartisse da un punto di vista geografico/culturale. A proposito, se siete su Goodreads sono anche lì Rowizyx, se volete aggiungermi.

Scorrendo un po’, direi che la mia libreria non si discosta molto da quello che normalmente viene proposto negli store italiani:

  • molta narrativa britannica, americana e italiana (per lo più contemporanea con un po’ di recupero dei classici letti per lo più ancora ai tempi della scuola, o per l’università)
  • narrativa francese, qui più classici che contemporanei per la mia passione dei grandi romanzi ottocenteschi a puntate (il mio rapporto di odio/amore con Hugo è un must)
  • narrativa giapponese – non conto i manga qui perché sennò ci sarebbe un ribaltone epico – dove Murakami la fa da padrone indiscusso; continuo a trovare ostico Mishima e devo iniziare Ōe, che è già sul mio scaffale in attesa.
  • narrativa europea random: poca, per lo più nordica e tedesca. Non ho mai iniziato gli autori della grande letteratura russa perché per anni ho detestato chi li leggeva per darsi un tono e non volevo esservi accomunata, anche sarebbe l’ora di cominciare.
  • narrativa indiana e cinese, che metto insieme in quanto minoranza, per lo più indiana con i grossi tomi di Mo Yan in aggiunta. Abbiamo un conto aperto, io e Mo Yan. Molto aperto.
  • narrativa sudamericana: il Cile qui la fa da padrone, inutile a dirsi. Fin da ragazzina ho amato Allende e Sepulveda, e nella mia libreria ci sono moltissimi dei loro lavori. Diciamo che da loro comprerei/leggerei veramente di tutto, e non è un mistero. Di recente ho cominciato un giretto in Argentina (complice la malsana passione per i dittatori argentini e le loro mogli platinate che presto o tardi prende tutti gli amanti dei musical di Andrew Lloyd Webber), e vorrei sfruttare i mondiali per conoscere meglio la letteratura brasiliana.

Sono quindi molto occidentalizzata, anche se amo gli autori considerati inglesi o americani per formazione e lingua in cui si esprimono ma che parlano dei loro paesi d’origine come Ishiguro, o in generale romanzi che parlano di luoghi esotici e culture diverse cercando di mettere da parte il taglio “coloniale” con cui di norma gli occidentali si rivolgono a stili di vita diversi. Per finire il giro del mondo in 80 libri, però, ho intenzione di andare in cerca di autori africani, perché ho scoperto che esistono più traduzioni di quello che si pensa, anche se magari sono poco conosciute, e sono curiosa di vedere l’Africa dal punto di vista di chi l’ha vissuta o la vive tuttora. Mi lascerò colonizzare, dunque, in cerca di visioni del mondo assai diverse dalla mia. Che è sempre una scoperta affascinante, con gli autori giusti.

E voi? Cosa leggete di più? Avete mai fatto caso a come si dividono i libri per continente sul vostro scaffale? Com’è la vostra dieta letteraria, mangiate etnico o siete più riluttante ai gusti diversi, magari speziati o con ingredienti che non conoscete?