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Prenditi cura di lei

L’ultima tappa del mio giro del mondo coi libri mi ha portato in Corea del Sud, con il romanzo di Kyung-sook Shin “Prenditi cura di lei”.

_Prenditicuradilei_1307301123Edito da Neri Pozzi in Italia, questo romanzo racconta le reazioni della famiglia Park quando l’anziana madre scompare nel bel mezzo del centro di Seul. Un avvenimento così banale e assurdo allo stesso tempo che per un primo momento lascia sgomenti e annichiliti i familiari. Mentre, finalmente, si attivano con le ricerche, la figlia di mezzo, una scrittrice affermata, il figlio maggiore e prediletto, il padre e la figlia minore si trovano a riflettere sul rispettivo rapporto con la donna scomparsa, madre e moglie, e a quante cose avessero dato per scontate, oppure non le avessero comprese fino al momento della scomparsa, dunque troppo tardi, o avessero scelto di ignorare. Perché la madre, una donna che si è sposata perché c’era la guerra e il suo destino poteva essere assai peggiore, che ha nascosto tutta la vita il suo analfabetismo vergognandosene, che ha sopportato il tradimento del marito e che si è annullata per garantire ai figli una vita sicura, ha i suoi segreti e le sue ombre, e solo l’assenza della sua figura familiare comincia a svelare le crepe.

Culturalmente, mi è piaciuto entrare nel dettaglio di diverse tradizioni locali della campagna coreana, e di vedere rappresentata la distanza tra la zona rurale, dove la famiglie nasce e cresce, e la grande città, in cui i figli un po’ alla volta si trasferiscono, perdendo quel senso di familiarità coi genitori. Può sembrare una riflessione banale, però in un paese che dopo la guerra ha subito una tale trasformazione, fino a diventare in pochi decenni una delle metropoli più importanti del mondo ha un altro valore, così come ha sancito una distanza culturale immensa tra i figli nati dopo la guerra e i loro genitori, come se fossero abitanti di due paesi diversi.

È un romanzo che mi ha toccato personalmente perché, anche differendo nei dettagli, mi ha ricordato in parte la storia di mia nonna, che è mancata meno di due anni fa, e di cui probabilmente la mia famiglia non riuscirà mai a capire tutto e a far combaciare le diverse sensazioni e percezioni che ognuno di noi ne aveva. Si tratta di una lettura che va oltre il concetto di famiglia che viene spesso osannato (anche sulle famiglie “acquisite”, nel senso, pensate solo a quante volte un cast, un gruppo, una squadra in generale si definisce una famiglia, così spesso che forse rischia di diventare superficiale), che svela le diversità tra i diversi membri della famiglia, le incomprensioni, l’abitudine a considerarsi per stereotipi anche affettuosamente, e a non saper vedere oltre i ruoli “canonici” della famiglia.

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Dieta letteraria

Ho deciso di partecipare su Goodreads a una sfida che vuole imitare il signor Fogg, in un certo senso, e fare il Giro del mondo in 80 libri, ideata sul gruppo della Stamberga dei lettori… anche se al momento ci si è un po’ arenati per carenza di autori da paesi più particolari dei soliti mainstream. In effetti ci sono paesi dei quali è anche solo difficile pensare a una letteratura nazionale, per la loro storia e la distruzione che hanno conosciuto, altri di cui probabilmente non sappiamo quasi niente per carenza di traduzioni arrivate in occidente. Per dire, mi viene difficile pensare a un autore coreano che non abbia a che fare coi manwa (anche se non sono i miei preferiti), e lo stesso per molti altri paesi orientali. Mi consola il fatto di vedere che non sono la sola, tanto che sul gruppo molti hanno aggiunto Marguerite Duras per contare nella propria lista il Vietnam, nonostante questa autrice scriva in francese e tale sia considerata. A parte la devastante solita carica competitiva che mi ha preso (devo lavorare anche su questo, sigh), questa iniziativa mi ha fatto pensare alla mia dieta letteraria.

Si parla fin troppo spesso di dieta mediatica – o almeno, io tra il mio campo di studi e il settore in cui mi auguro di trovare presto un impiego ne sento discutere fin troppo spesso – però mi ha incuriosito scorrere il mio scaffale immaginario sui social per capire come esattamente si ripartisse da un punto di vista geografico/culturale. A proposito, se siete su Goodreads sono anche lì Rowizyx, se volete aggiungermi.

Scorrendo un po’, direi che la mia libreria non si discosta molto da quello che normalmente viene proposto negli store italiani:

  • molta narrativa britannica, americana e italiana (per lo più contemporanea con un po’ di recupero dei classici letti per lo più ancora ai tempi della scuola, o per l’università)
  • narrativa francese, qui più classici che contemporanei per la mia passione dei grandi romanzi ottocenteschi a puntate (il mio rapporto di odio/amore con Hugo è un must)
  • narrativa giapponese – non conto i manga qui perché sennò ci sarebbe un ribaltone epico – dove Murakami la fa da padrone indiscusso; continuo a trovare ostico Mishima e devo iniziare Ōe, che è già sul mio scaffale in attesa.
  • narrativa europea random: poca, per lo più nordica e tedesca. Non ho mai iniziato gli autori della grande letteratura russa perché per anni ho detestato chi li leggeva per darsi un tono e non volevo esservi accomunata, anche sarebbe l’ora di cominciare.
  • narrativa indiana e cinese, che metto insieme in quanto minoranza, per lo più indiana con i grossi tomi di Mo Yan in aggiunta. Abbiamo un conto aperto, io e Mo Yan. Molto aperto.
  • narrativa sudamericana: il Cile qui la fa da padrone, inutile a dirsi. Fin da ragazzina ho amato Allende e Sepulveda, e nella mia libreria ci sono moltissimi dei loro lavori. Diciamo che da loro comprerei/leggerei veramente di tutto, e non è un mistero. Di recente ho cominciato un giretto in Argentina (complice la malsana passione per i dittatori argentini e le loro mogli platinate che presto o tardi prende tutti gli amanti dei musical di Andrew Lloyd Webber), e vorrei sfruttare i mondiali per conoscere meglio la letteratura brasiliana.

Sono quindi molto occidentalizzata, anche se amo gli autori considerati inglesi o americani per formazione e lingua in cui si esprimono ma che parlano dei loro paesi d’origine come Ishiguro, o in generale romanzi che parlano di luoghi esotici e culture diverse cercando di mettere da parte il taglio “coloniale” con cui di norma gli occidentali si rivolgono a stili di vita diversi. Per finire il giro del mondo in 80 libri, però, ho intenzione di andare in cerca di autori africani, perché ho scoperto che esistono più traduzioni di quello che si pensa, anche se magari sono poco conosciute, e sono curiosa di vedere l’Africa dal punto di vista di chi l’ha vissuta o la vive tuttora. Mi lascerò colonizzare, dunque, in cerca di visioni del mondo assai diverse dalla mia. Che è sempre una scoperta affascinante, con gli autori giusti.

E voi? Cosa leggete di più? Avete mai fatto caso a come si dividono i libri per continente sul vostro scaffale? Com’è la vostra dieta letteraria, mangiate etnico o siete più riluttante ai gusti diversi, magari speziati o con ingredienti che non conoscete?