editoria

#iochegiàleggovorrei

Si avvicina la data del 23 aprile, Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, che quest’anno in Italia coinciderà con la partenza dell’iniziativa #ioleggoperché. Non voglio parlare più di tanto di questa iniziativa perché sono molto scettica, e i motivi del mio scetticismo li hanno espressi già un sacco di blogger e opinionisti in lungo e in largo. Mi spiace perché i titoli di cui si farà omaggio sono principalmente alcuni dei bestsellers degli ultimi anni, alcuni titoli che ancora reggono bene come vendite anche se è passato il momento di notorietà… Quindi queste copie non solo sono “rubate” alle librerie, ma se anche i riceventi che non si lasceranno convincere vorranno donarli alle biblioteche, probabilmente non saranno accettati perché sono titoli che tutte o quasi dovrebbero avere. Almeno, se io cerco “Il cacciatore di aquiloni” sull’Opac della Regione Liguria (meno la provincia di La Spezia che ha un sistema informatico a parte), trovo il titolo in tutti o quasi i poli bibliotecari nei territori di Genova, Savona e Imperia. E non sono pochi. Ma a parte questo, io sono scettica su questa idea di “evangelizzare” i non lettori per convertirli con la certezza assoluta che questo implicherà un’impennata delle vendite. E mi chiedo se non sarebbe meglio, ad esempio, ascoltare i lettori forti che però comprano poco, o comunque una piccola percentuale di tutti i titoli che leggono (ci metto anche la sottoscritta) e capire come migliorare la loro fidelizzazione. E allora mi permetto di pubblicare un piccolo elenco di cose che mi piacerebbe cambiassero. #iochegiàleggovorrei:

  1. Veder portare avanti una serie già sviluppata in un certo numero di libri fino in fondo senza che i lettori debbano fare anni di scongiuri. Sono rimasta già più volte scottata con serie che sono state interrotte nella pubblicazione a metà, con i diritti comunque bloccati per cui non se n’è più fatto niente. È brutto, frustrante: anche se leggo in inglese, vorrei che fosse una scelta mia personale, non un obbligo dovuto a cambi di strategia editoriale in corso d’opera. E capisco che non tutti i lettori italiani hanno voglia/tempo/capacità per comprarsi su Amazon i libri mancanti in inglese e completare la lettura. Io poi sono attenta anche agli scaffali fisici, è l’unica cosa su cui sono molto ordinata e scrupolosa, nel mio caos creativo, e le serie interrotte mi danno molto fastidio. Di conseguenza, sono diventata molto… diffidente: tendo sempre più ad aspettare che una serie sia completata, prima di acquistarla, e poi magari nel frattempo qualche biblioteca di zona l’ha adottata, quindi invece di comprare il primo volume lo prendo in prestito per vedere com’è… La giustificazione di solito è che i primi volumi non hanno venduto abbastanza, il che dovendo dire mi fa arrabbiare un po’. Non posso comprare dieci copie o più di un libro per assicurarmi che il successivo sia pubblicato, non è mio compito e non lo si può pretendere da me. Certo se qualcuno mi chiedesse se comprare il primo volume di una serie interrotta, però, glielo sconsiglierei, da lettrice “tradita” e ferita cercherei di evitare a un amico la stessa sensazione sgradevole che provo io. Principalmente è un problema che riguarda la letteratura “di genere”, fantasy su tutti (sulla Stamberga dei Lettori un elenco aggiornato a metà 2014, ma nel frattempo potrebbero esserci state altre vittime), ma non solo. Esempio beccato oggi: è venuto a mancare in questi giorni l’autore uruguaiano Eduardo Galeano, il cui capolavoro, da quello che leggo sui blog, è la trilogia Memoria del Fuoco; l’edizione più recente, cercando in rete, è della BUR 2008-2009, ma indovinate? Manca il terzo volume. Magari ora che l’autore è morto e potrebbe interessare qualcuno, uscirà. Cinismo a palate, proprio. E aggiungerei la serie di Amelia Peabody firmata da Elizabeth Peters, dove siamo a 12/13 su 19 libri, fermi da quasi quindici anni.
  2. Smetterla con la sgradevole tendenza dello smembramento dei volumi corposi. Questa pratica mi sembra un volersi approfittare dei lettori già fidelizzati, e la trovo sempre molto fastidiosa. Quando non è gestita malissimo, tipo il caso “Robin Hobb”, Fanucci: la prima trilogia va bene, la seconda viene smembrata e sospesa dopo il secondo tomo, evidentemente dopo un calo di vendite notevole, mentre esce la terza. Indovinate? Spoiler sul finale della seconda, che alla fine viene completata con un volume unico (cinque in totale). Ma senza arrivare a simili pasticci, anche solo il non-finale del mezzo libro, evidentemente non pensato come chiusa, infastidisce. Per non parlare dei costi raddoppiati, che specie sulla prima edizione, spesso con copertina rigida, possono essere già importanti. 18-25 euro è la fascia di prezzo di norma per la copertina rigida, se moltiplichiamo per due ogni volume… Accidenti. Capisco, io sono genovese, ma dubito di essere la sola a fare questi conti. Poi ci sono i “tossici”, i lettori che DEVONO avere il libro appena esce e se ne stanno del prezzo caro, verissimo, ma ci sono anche i tanti che preferiscono aspettare ancora un po’ e prendere l’edizione economica.
  3. Legato ai primi due punti, come lettrice “di genere” mi piacerebbe (anche se è un problema più “culturale”, che solo degli editori) essere presa sul serio. Non siamo un’orda di Uomini (e Donne) Fumetto dei Simpson, non siamo incarnazioni dello stereotipo dei nerd, e soprattutto non siamo tutti uomini sfigati che hanno bisogno della copertina con la figona in abiti succinti e surreali (quelle cose tipo armatura sopra-perizoma sotto) per eccitarci. Esistono anche loro, forse, non lo so (qualcuno ne conosce?), ma continuare a vedere certi stereotipi da peggio anni ’80 un po’ manda in crisi. E leggere fantasy o fantascienza, per citare due generi bistrattati, non significa non capire un cazzo di quello che si legge. Scegliere di leggere fantasy piuttosto che solo vincitori del premio Nobel non significa né essere stupidi né incapaci di leggere letteratura (anzi, saprete meglio di me come i confini, per molti titoli, siano inesistenti), perciò per titoli, metatesti, copertine e promozione piacerebbe essere trattati di conseguenza.
  4. In generale, vorrei che gli editori tentassero davvero di capire il proprio pubblico e instaurare con lui un dialogo. Ma un dialogo vero, non i post fuffa su Facebook per avere più likes. Soprattutto, vorrei che gli editori guardassero ai lettori come a persone appassionate, non a polli da spennare. Non dateci per scontati, anche se abbiamo comprato uno o due titoli del vostro catalogo. Non ci illudiamo che facciate cultura per amore della cultura, non sto dicendo questo, sappiamo che il vostro è un business… Però è fastidioso sentirsi appioppare tutte le colpe della vostra crisi. Vendete meno, quindi i lettori diminuiscono, o calano nelle letture, quindi la colpa è dei lettori che non spendono. Perché invece non viene posta, almeno in pubblico, la domanda: perché i miei lettori comprano meno?
  5. Perché più che cercare di attrarre quelli che un libro non lo aprono se non per errore, io personalmente vorrei che cercaste di rafforzare il legame vago con quelli che leggono già, di convincerli a comprare più libri (o a tornare a comprare, se hanno smesso) con la qualità di un catalogo. Abbandonate le fascette ingannatrici, le scelte di marketing un po’ becere, i paragoni “il nuovo Harry Potter”, “l’erede di Tolkien”, “il mix perfetto tra Umberto Eco e Sophie Kinsella”… L’ultima l’ho sparata grossa, ok. Più che i cloni dei libri di successo (che nel breve periodo venderanno, forse, ma non faranno bene alla vostra immagine nel lungo periodo, perché di rado un clone di un libro famoso è di qualità), proponete altri titoli di qualità all’altezza di quelli di successo.

So bene che non tutti i lettori non sono come me, quindi non dico che sia legge. Questo è quello che da lettrice vorrei io… Altre idee?

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